La fiaba delle Cinque Terre

Il vento si infrange sugli scogli. Agita le onde. Fragorose portano il racconto di cinque paesini.

La storia comincia da lontano. Porto Venere. Non era una delle Cinque Terre, era troppo grande, troppo cittadina per essere assimilata con quei villaggi di pescatori nascosti lungo la costa. Si stendeva in lunghezza e non in altezza, su una riva piatta, non a picco sul mare, le sue case non erano arrampicate sulla roccia giù a precipizio sul mare, le sue spiagge erano sabbiose, e il porto era un vero e proprio porto, grande, con un molo e tutto. C’era una chiesa che si affaccia sul mare aperto, a dare il benvenuto a chi arriva su una barca; le case cominciavano dove le onde del mare aperto non sarebbero potute arrivare. Erano protette queste casette, ma la salsedine lasciava i suoi segni imperterrita. Ma non era una qualsiasi città, Porto Venere. Si snodava su stradine a più livelli, piene di colori e di negozi, più simili a botteghe di artigiani, di chi vende i suoi prodotti, chi il suo pesto, chi la sua pasta, chi i suoi dolci, che riuniscono tutti i prodotti della terra – farina olio e vino -…

Una cittadina tranquilla, pittoresca, graziosa. Lontana dall’aria di incolta solitudine che il vento porta da quella linea di costa che si stende a ovest.

Ma c’era un punto nascosto, un piccolo spiraglio fra le rocce dove le onde andavano a infrangersi con più foga, cariche di tutta la potenza accumulata in mare aperto, dove l’impeto del mare si presentava indomito in tutta la sua irruenza. C’era una finestrella che si apriva sulla costa che andava a sparire lontano, una finestrella che era rimasta negli occhi di un bambino un segreto da custodire, un tesoro nascosto.

Scogliere simili a montagne che cadono ripide nel mare blu. Il bambino, affacciato a quella finestra, si mise in cammino, con uno zaino carico di fantasia, di desiderio di avventura, di allontanarsi da quel mondo troppo reale, troppo serio, troppo triste ormai. Il bambino si mise in cammino, attraversò chilometri e chilometri, sul bordo di quella scogliera ripida; attraversò tappeti di terra chiara assolati, con il Sole che pesava sulla pelle, salendo un passo dopo l’altro quei gradini naturali così alti da sembrargli quasi infiniti; attraversò boschi nuvolosi dove sopravvivevano case sugli alberi ormai pericolanti, passando accanto ai segni del fuoco che aveva pietrificato gli alberi, unico segno bianco in quel panorama verde scuro, e accanto a piccoli orti variopinti; attraversò ostacoli che avrebbero potuto fermarlo, con la paura e il coraggio di chi accetta le sfide, fermandosi su uno sperone di roccia a contemplare irriverente la forza del Sole, la vivacità del Mare, a parlare con la Roccia,a farsi raccontare della sua eternità di silenzio; attraversò colline che aveva salito solo per poi ridiscenderle, vincendo la tentazione di sdraiarsi per terra e non rialzarsi finchè la stanchezza non sarebbe passata; attraversò paesini abitati solo dalla calura estiva, accompagnato dalle cicale e dal silenzio del meriggio.

Il bambino arrivò così alla prima Terra: Riomaggiore.
Trovò una chiesa antica ad accoglierlo, con dei disegni, simboli di qualche storia che avrebbe voluto che gli fosse raccontata ma che forse nessuno conosceva più. Trovò casette colorate, porte erose dalla salsedine. Trovò un piccolo forte dall’entrata stretta stretta e una campana piccola piccola che chissà se si sarebbe sentita quando avrebbe suonato per avvertire di qualche pericolo. Trovò una via che saliva fino ai terrazzamenti e che scendeva fino al mare, percorrendo tutto il paesino, ma la lasciò ai suoi abitanti che la passeggiavano salutandosi, impegnati nei piccoli piaceri quotidiani di una giornata estiva, non la esplorò.

Si incamminò di nuovo tra le more e gli arbusti, colpito da quel nuovo paesaggio rurale e selvaggio allo stesso tempo. Appena dietro la collina, neanche il tempo di sentirsi lontano da Riomaggiore, comparvero tra il verde gli spruzzi di colore di  un altro paesino, un’altra Terra, un altro villaggio incastonato tra le pieghe della costa. Manarola gli si presentò subito come un posto speciale, quasi come una casa. Le sue viuzze si intrecciavano per portare a piccoli rifugi da fare propri, in cui ritrovarsi, in cui fermarsi a prendere un po’ di tempo per se stessi. Prima di scendere verso il mare, il bambino si fermò nel punto più alto, accanto alla chiesa che dominava tutto,  a contemplare la primitiva pace di quelle vite, scandite da ritmi naturali, legate al respiro della terra che le ospita. Si spostò su una terrazza, dove trovò ad attenderlo un volto familiare, un volto caro, le cui canzoni aveva cantato quando era ancora piccolo, quando non capiva la crudezza di quello che raccontavano ma era catturato dal ritmo di quel

“un uomo onesto, un uomo probo, tralalalla tralallalero, si innamorò perdutamente di una che non l’amava niente”

e che aveva poi riascoltato una volta cresciuto per imparare a pensare. Un volto che aveva i suoi natali in quella terra brulla e che gli abitanti del posto ritrovavano come un fratello. E accanto a quel volto si mise a scrivere, pensando alle onde e al mare, pensando alla sua prigionia e alla sua voglia di libertà. Spinto dalla fame, il bambino scese lungo la via più larga che attraversa serpeggiando tutto il paese, dalla cima fino alla discesa che finiva nell’acqua, dove gli altri bambini si tuffavano dallo scoglio più alto che spuntava in mezzo al mare, dove le barche prendevano il sole ritirate dal mare, accanto alle persone stese sui teli. Ritrovò uno di quei cibi che per lui erano leggenda, in un forno caldo e profumato, con quella torta di ceci (che qui si chiamava “cecina”, ma per lui che era cresciuto con “cinque e cinque pane e torta” sarebbe rimasta la torta di ceci) appena sfornata, buona quasi da superare la leggenda. Con il pranzo in mano, con quell’aria soddisfatta che solo i bambini hanno, continuò a camminare lungo il muro di scogliera, fino a che non sbucò in uno di quei rientri nascosti. Appoggiò i suoi ultimi residui i “civiltà” che ancora si portava addosso e, nudo e libero, si tuffò in quell’acqua blu trasparente. Riaprì gli occhi in un nuovo mondo, immerso tra i pesci luccicanti che gli nuotavano accanto, le onde che lo cullavano, nelle orecchie un suono ovattato e tante bollicine che scoppiettavano, che per lui erano la voce del Mare felice di non essere stato contaminato dal grigiume del “mondo moderno”. E sarebbe rimasto lì per ore, in quell’avventurosa pigrizia, tra un tuffo e un’immersione, spogliato di tutto e rivestito di acqua. Ma laggiù in lontananza, tutto quel sentiero ancora da esplorare lo incuriosiva. Allora trovò nuovi vestiti, più adatti all’esplorazione, e ripartì.

La terza Terra che incontrò sul suo percorso si vedeva già da Manarola: Corniglia. Il nome gli piaceva, era un’incrocio tra un corvo e una conchiglia, tra il mare e la terra. Perché Corniglia non aveva accesso diretto al mare, e forse per questo, o forse per il tempo che si stava annuvolando, gli sembrava più cupa, più seria. E allora cercò di fare caso alla Storia, di capire il passato di quella chiesa, a immaginarsi le popolazioni del passato e quelle del presente vivere di pesca e agricoltura, ad affrontare gli umori del Mare, a difendersi dai pirati, a passare l’inverno rintanati in casa, magari con un camino caldo e tante coperte e la polenta e la zuppa di pesce.. che poi sapeva che probabilmente le condizioni erano molto meno idilliache di quello che stava immaginando, ma a lui piaceva immaginare un passato accogliente. Il bambino rimase un po’ a guardarsi intorno, ad affacciarsi alle terrazze che segnavano la fine del paesino, a cercare i piccoli particolari che adornavano ogni abitazione, ogni finestra, ogni muro. Poi ricominciò il percorso.

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Tornò in mezzo alle more e agli ulivi. Un sentiero più “abitato” rispetto a quelli che aveva percorso fin lì. Il cielo nuvoloso faceva passare ogni tanto qualche raggio di Sole che andava a colpire il Mare e a colorarlo di tante sfumature diverse. Continuò a camminare, a salire e scendere, con fatica e molta calma, seguendo i suoi ritmi e assecondando ogni proprio capriccio, come ogni bambino farebbe in piena libertà. Incontrò qualche persona, e quasi tutti lo salutarono, ma non gli andava di trovare amici, stava bene con se stesso. Si fermò senza la fretta di raggiungere la meta, per arrampicarsi su un albero, per vedere quanta strada  avesse già fatto, per riposarsi, per contemplare il paesaggio, per sorridere, per osservare le onde che correvano verso gli scogli.

Arrivò quasi senza accorgersene a Vernazza. L’aveva avvistate dall’alto, un piccolo promontorio che si infila nel mare. Ormai sapeva che ci sarebbe stata una via più larga che avrebbe portato al Mare, quindi si incamminò seguendo la discesa. Quello che rendeva Vernazza diversa, le novità di questo volto erano un piccolo porto protetto dal molo basso, che era di gran lunga superato dalle onde alte e bianche di schiuma, una spiaggetta di sabbia scura con un giovane gabbiano che si ritraeva spaventato al contatto con l’acqua arrabbiata, una torretta che si raggiungeva solo con stradine strette strette in cui passava solo una persona alla volta, una chiesa di pietra grigia e scura, buia, con le bifore senza vetri che si aprivano direttamente sul mare agitato, che chissà che freddo l’inverno, magari alla messa di Natale, ma conservava tutto  il fascino dei tempi andati, e tanti piccolissimi spazi a segnare i confini del paesino che andava a immergersi piano piano.  Trovò uno spiazzo, proprio dietro la chiesa, un po’ nascosto e incastrato tra le viuzze del paesino, per mangiare la sua pizza, quella alta e salata a tratti, quella genovese, comprata in un alimentari del posto, sentendosi un po’ fuori luogo e un po’ grande. Oltre la piazzetta, il Mare forte forte che sbatteva contro gli scogli, ma non perché era arrabbiato. Giocava, il Mare. Voleva cambiare, smuoversi, svegliarsi, voleva modificare il paesaggio quotidiano, voleva ricordare al paesino che era ancora lui il protagonista, che ogni centimetro di costa, per quanto potesse essere ingentilito dall’uomo, gli apparteneva. E il bambino rimase là, allegro davanti a quello spettacolo selvaggio e giocoso, rimase  come i bambini dopo un pomeriggio di giochi d’estate, i bambini che fanno merenda e non pensa a nulla e sono contenti e fanno esattamente quello che gli va. E così, quando gli venne voglia di riprendere il cammino, si rimise in marcia.

Ormai era pomeriggio, ma era estate e faceva ancora caldo, il Sole era alto anche se coperto dalle nuvole. Mancava solo un paesino, Monterosso. Ne era incuriosito: il paese di Montale, il paese del male di vivere, del caldo che ti impedisce di uscire di casa, del sole che appiattisce tutto, delle cicale che friniscono riempiendo di aridità il silenzio. Così, mentre si avvicinava alle case, il bambino cercava con lo sguardo qualcosa che potesse aver spinto il poeta a sentirsi scarnificato in un posto così, ma quella natura verde e soleggiata, quelle stradine strette tra filari di vite, quel mare vivo e colorato gli trasmetteva talmente tanta energia e non riusciva a capire come l’abitudine di chi in quei luoghi erano nato potesse cambiare così tanto la sensazione che emanava quella Terra. Quando arrivò, si ritrovò spaesato, alla ricerca di segni di quel paesaggio che però non vedeva. Allora si distaccò, slegò l’idea di Monterosso da quella di Montale. Si fermò sulla spiaggia. Il Mare era alto, tanto alto, gonfio, le onde arrivavano sempre più lontane ogni volta che si riversavano sulla spiaggia, sempre più vivine a lui. Ma non se ne curò. Voleva vedere cosa si nascondeva tra la schiuma, voleva vedere il momento esatto in cui l’acqua si incurvava per poi cadere pesante sulla sabbia scura, voleva vedere quanto si alzassero quegli strati di Mare, con quanto rumore quelle curve si disintegrassero. Voleva sentire l’acqua fredda  scorrergli sulle gambe mentre correva tra i sassi, voleva ridere libero, come i bambini sanno fare. ma c’era sempre un richiamo che lo faceva voltare verso la città, verso le case, verso i passanti. Voleva vedere la casa di chi si era sentito così oppresso in quei luoghi che per lui sapevano di libertà.
Aveva l’aspetto di un naufrago mentre camminava tra le vie che gli sembravano lussuose rispetto alle stradine a cui era ormai abituato. Il fatto che fosse in piano aveva reso, col tempo, Monterosso diverso da quei semplici paesini di pescatori. L’impronta di un nome così importate però non era così marcata come si aspettava. Solo qualche scritta sparsa sulle superfici della città dimostrava la mutua appartenenza di quelle parole e questo luogo. Vagando nella sua ricerca, come succede spesso ai bambini, face una scoperta entusiasmante: ecco, lì davanti a lui, si stendeva tutta la costa, tutto il suo percorso,da Monterosso fino giù a Porto Venere, un puntino sul Mare, lontano e sfocato. Tutti i suoi passi, le sue avventure, i suoi incontri, le sue conquiste.. sono tutte lì, davanti a lui, in quel momento, in quel panorama, tra il mare che domina e quella esigua striscia di Terra che sembra  così piccola in confronto al Mare. Si sente libero, il bambino. Perché è stato lui e solo lui a portarlo fin lì, lui a vivere tutte quelle piccole avventure, quelle esperienze così diverse dalla sua quotidianità, quei momenti che l’hanno fatto sentire immerso in tutto ciò che aveva intorno, lo hanno fatto sentire forte come il Mare, allegro come il Sole, determinato come il Verde degli alberi, dolce come le More, vivace come l’Uva, invincibile come le Rocce. L’eroe dalle sue giornate.

Ed eccola là, Casa Montale. Triste, in effetti, grattata dal tempo e dalla nostalgia.

“… Non so come stremata tu resisti in questo lago/d’indifferenza che è il tuo cuore.”

Già. Ma l’acqua non smette mai di scorrere.

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