Qui a Sperlonga

Uno nessuno centomila. Vale solo per le persone? O si estende a ogni esistenza percepibile?

Che cos’è un luogo? Quanti luoghi esistono in uno stesso spazio?

Ci sono mondi che ignoriamo. Ognuno ignora alcuni mondi e ne conosce altri che probabilmente sono ignorati da qualcun altro. Nessuno guarda lo stesso panorama.

Qui, a Sperlonga, nello stesso panorama compare un mare rilucente in cui tuffarsi e rocce piene di appigli su cui arrampicare.

Il mare qui è blu. Ma non un blu qualsiasi, non quel blu un po’ verde scuro né un blu più azzurro. Blu. Blu forte, vivo, pieno, corposo, lucente, vivido, smaltato spesso. È un richiamo molto attraente. È un mare indigeno, non trasparentemente leggero e frivolo, ma ruvidamente naturale, quasi contadino, pastorale come le bufale che pascolano vicino. La corrente è forte, non lascia oziare, le onde, anche se basse, costringono ad adattarsi al loro ritmo. Il profilo della costa qui è intervallato da promontori che si dileguano all’orizzonte in una scala di blu. Direi che ricorda le Cinque Terre, ma non ha senso fare un paragone. Qui è solo qui, e sicuramente è diverso da qualsiasi altro qui del mondo.

Ma esiste un altro mondo qui. Un mondo che qui ha le sue tradizioni – l’immancabile caprese da Guido-, la sua storia – qui ha scalato Manolo, Erri de Luca è diventato l’uomo più vecchio ad aver scalato un 8b+ ­-, le sue istituzioni – ogni via ha il suo nome, ogni via ha il suo qui -, la sua comunità – gli scalatori che riconoscono questi luoghi e si aiutano a conoscerli-.

E senza questo mondo io non avrei mai scoperto quella Montagna Spaccata a picco sul mare; non avrei mai avuto il coraggio di affidarmi a quelle rocce per arrivare a vedere il più in là possibile, dove la roccia e il mare si affiancano dolcemente e primitivamente; non avrei mai raggiunto l’altezza dei gabbiani che si tuffano dalle scogliere e si spostano senza fare un solo movimento, padroni di ogni soffio di vento; non avrei mai immaginato cosa si prova a calarsi per metri e metri a picco sul mare solo per poi risalire facendo affidamento solo su sé stessi e la roccia, con tutti i rischi e le ansie e l’adrenalina dell’ignoto, appesi alle proprie braccia e poggiati sulla punta dei piedi per ore, isolati tra le rocce e le onde del mare; e non avrei mai capito che non è lanciare una sfida alla roccia, non è il desiderio di conquistarla e di ristabilire il proprio dominio di uomo sull’ambiente naturale quanto il desiderio di ristabilire il proprio dominio su sé stessi, di riconquistare consapevolezza e controllo del proprio corpo e delle proprie capacità, di ritrovare quella comunione con la natura che ti provvede gli appigli e non ti ostacola, se non ricordandoti che hai dei limiti e che sta a te decidere quali superare e quali sfruttare a tuo vantaggio, riscoprendo quel legame tra uomo e natura che dimostri che sì, potresti farcela, che sì, hai la forza per tirarti su da solo, anche se non credevi. Anche se non credevi, anche se non ne sospettavi nemmeno l’esistenza, anche se non lo ritenevi possibile, almeno non per te. Anche se non credevi, quel mondo è conoscibile.

Esistono centinaia di mondi sommersi dietro ogni paesaggio. Chi condivide i propri luoghi aiuta ad arrivare un po’ più in profondità, un po’ più a contatto. E arrivare in profondità è probabilmente l’unica via possibile, se mai ne esista una, per lasciare il proprio segno. Se non per restare eterni, almeno per ricordare a noi stessi che stiamo esistendo. Solo noi, solo qui, solo ora.

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