la ginestra

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Agricampeggio Madonna di Pogi.
Sono delle casette, progettate da un laureato in Giurisprudenza che ne ha avuto abbastanza della burocrazia e del “progresso”, che si è ritirato nelle campagne della Toscana e ora ospita chi vuole condividere per qualche giorno questo spazio.
Sono delle casette di legno con una vetrata che non si può coprire se non con una tendina, perché non si può stare separati da ciò che ci sta intorno. Si sta, letteralmente, immersi nella Natura, circondati da così tante piante diverse, da così tanti suoni diversi.

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I pasti si cucinano in uno spazio comune, circondati dalle colline, tra gli alberi, scambiando qualche parola che ti fa entrare in contatto con chi ti capita accanto.
I piatti si lavano all’aperto, con le api che ronzano vicino.

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C’è un frutteto, un orto e delle galline, e tutto viene condiviso con gli ospiti, la frutta, l’insalata, le uova.
Non si sente la mancanza di nulla.

È difficile scrivere del silenzio immersi nei rumori della città.

È difficile tornare al ritmo della “normalità” quando normale era diventato qualcosa di completamente diverso, qualcosa che era stato invece facilissimo accettare.

La cordialità. I saluti, in varie lingue perché non si sa mai qual è quella giusta. Le C e le G un po’ strascicate, quella parlata che ha tutta un’altra musicalità. Le colline e i campi di grano. Le viti. Il verde e il cielo. Il tempo che cambia e che occupa tutto il cielo. Il vento che si sente arrivare. Gli insetti che si muovono e fanno rumore. I piatti da lavare. La cena da preparare che comincia a fare più fresco e poi si cena col tramonto, uno di fronte all’altro, in silenzio oppure no, commentando quello che si è riusciti a “intrugliare”, che a volte è pure buono. I rumori in lontananza, gli alberi e il loro respiro soffuso, i bambini che non pensano che non sta bene urlare o ridere troppo forte, qualche animale che noi non possiamo capire, le campane di Pogi che suonano a mezzogiorno. I rumori più vicini, i ronzii che non preoccupano più, delle voci, le posate sui piatti, i piedi che si muovono sull’erba, l’acqua versata nel bicchiere.

Dei colori che disegnano, e ognuno disegna a modo proprio, ognuno ha un modo riconoscibile di rappresentare ciò che vede, di fare  le foglie, gli alberi, il cielo, un modo di scegliere. Un luogo dove si è costretti a scegliere. Perché si è fuori. Non c’è routine che indichi come muoversi, ognuno è libero, ognuno gestisce il suo tempo come ritiene più adatto a sé. VINDICA TE TIBI. Rivendica te a te stesso, scegli. Disegnare, leggere, parlare, guardarsi, osservarsi, cogliere le espressioni, i gesti, le abitudini, la quotidianità, conoscere ciò che non si aveva mai visto e riconoscere ciò che già era stato notato. Capirsi e convivere. Con chi si ha accanto e con chi è appena poco più distante.

E non solo con le persone.

Non c’è proprietà. Non ci sono gerarchie, non ci sono padroni. Tutta la Natura convive e noi non siamo che parte di essa. Prendiamo il nostro posto accanto a tutti gli essere che la compongono. Non ci sono intrusi. Ognuno, dal ragno sulle pareti al pony nel suo prato, dal fiore appena spuntato alla quercia, dal bambino che corre nel prato a chi bambino non è più ma corre lo stesso.. tutti trovano il proprio posto senza nulla dover levare all’altro. Ed è così facile adattarsi, così facile far cedere i proprio muri e così facile riconoscere di non avere nessun potere, di non essere superiori a nessuno, di non essere proprietari di niente, ma partecipi a uno scambio reciproco. Il lago è così tranquillo, non è lì per noi, ma possiamo immergerci tra i pesci e le libellule e i giunchi senza che nulla turbi quella tranquillità. Se solo non fossimo così spaventati.

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La ginestra. Solo adesso, davanti a questa distesa di giallo, capisco la grandezza di quella poesia, come la riflessione parta semplicemente da una di queste piante e come arrivi così lontano per poi tornare a quella pianta, che cresce ovunque, che resiste, che si adatta, che riempie il paesaggio e cresce, alta, piena, forte e debole allo stesso tempo. Non è bella, non è una rosa, non ha fiori grandi e rigogliosi, ma esiste, ed è unica.

E allora capisco. Ce ne sono così tante.. alcune sono calpestate perché si trovano sul sentiero, ma non ho dubbi che resisteranno.

Chissà cosa ha pensato Leopardi.

“Guarda queste piante, loro riescono a ricrescere sulle ceneri, sulla roccia.. loro crescono sulle pendici di un vulcano.DSC_2438 E noi? Noi esseri umani, che ci crediamo i migliori e i più importanti di tutti.. noi siamo così facili da sconfiggere. Noi che crediamo di essere destinati a così tanto, noi che crediamo che la nostra vita sia così importante, così utile, che abbia uno scopo, una ragione di essere.. Possibile non ci accorgiamo che la nostra vita non è diversa da quella di una formica, che moriamo e nessuno se ne accorge, che esistiamo e nulla di così importante è stato raggiunto? Possibile non ci accorgiamo di quanto siamo deboli proprio perché ci crediamo tanto forti? Non sapremo mai accettare la sconfitta. Guarda la ginestra.. lei si accorge che è debole, che non può fare niente per fermare la lava, e che tra poco smetterà di esistere. Però lo accetta. E pur sapendo che la sua esistenza, i suoi sforzi per sopravvivere, il suo futuro, possono essere spazzati via senza che nulla cambi, torna a fiorire. Fiori gialli. Fiori che si vedano. Perché la ginestra è contenta di esistere. È contenta! Quanto era importante questa parola per Leopardi. Contento. Non ti manca altro. Perché hai accettato che non sei importante, che non hai uno scopo e quindi non ti manca nulla. Dal momento esatto in cui ti accorgi che puoi essere contento anche solo di esistere, per un momento, davvero, presente a te stesso.. in quel momento potrai essere felice. E fiorire, finché ti è concesso. E non dispiacerti se qualcosa si frappone tra te e i tuoi progetti di felicità, perché non è in niente di esterno, la felicità. Sta in te, nell’essere contento di te, di esistere, di vivere e respirare e pensare e guardare e essere te in qualsiasi aspetto ti componga, anche quelli brutti, anche i difetti, le mancanze, i limiti, le debolezze, le paure. Sii te stesso, sii vivo, vero. Sii contento.
Fiorisci, e se ti distruggono, tu continua a fiorire, che tu esisti e questo è già bellissimo.”

 

E starei a scrivere per ore, ricordando ogni attimo, ogni raggio di luce, ogni sfumatura degli alberi, ogni corteccia, ogni petalo di fiore, ogni ora del giorno, ogni soffio di vento, ogni sguardo, ogni abbraccio, ogni parola, ogni attimo della mattina in cui la luce si fa più intensa e ti sveglia, ogni riflesso del lago, ogni albero del frutteto, ogni risata per quel pony che non resiste e per prendere prima la mela la fa cadere, ogni parola scambiata con persone che non conosci e non vedrai mai più, ma che non puoi non salutare, ogni istante di consapevolezza di quanto poco basterebbe a essere felici. Felici. A pensarci, quanto è difficile usare questa parola. Sono felice.

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