Sabato 27 Agosto, Opi

Volevamo ritentare l’avvistamento. Quindi il pomeriggio volevamo tornare, questa volta da sole, sul Monte Marsicano, oppure alla Camosciara. Ma la mattina andiamo a Pescasseroli.

Ci sembra quasi di essere estranee a una cittadina ora, ci sembra di essere montanare che scendono in paese solo per le commissioni. Ma abbiamo una commissione che ci sta molto a cuore.  Andiamo a trovare la nostra guida di venerdì sera. Vogliamo sapere come trovare il libro di cui ci aveva parlato. Ci dice che il libro non è di nessuna casa editrice e che lo vendeva la figlia del guardiaparco che l’aveva scritto quando aveva un negozio di giocattoli, ma che ora è in pensione e che forse ha qualche copia a casa sua. Ci mostra una copia del libro, che ha avuto direttamente dal guardiaparco. C’è una dedica, ma non voglio leggerla. Il libro si chiama “Avventure con Orsi e Lupi di Leucio Coccia”.
La figlia, la signora che dovremo cercare, si chiama Lucetta in onore del padre. La guida ci indirizza verso un negozio i cui proprietari dovrebbero conoscere la signora. È strano entrare nei meccanismi di un paese, tra i legami dei suoi abitanti. È una realtà che noi, nuove generazioni della città, non abbiamo mai sperimentato. Mandate un po’ allo sbaraglio, non siamo abituate a non poter conoscere subito tutto, costrette a metterci in gioco. Non riusciamo a trovare subito il negozio, e nel frattempo ci perdiamo tra i vicoli di Pescasseroli, con tanti odori, tanti fiori, tante case e pochissimi palazzi, tanti piccoli alimentari e pochi supermercati, tanti bambini a giocare e poche macchine.
Stiamo per tornare al punto di partenza, quando entriamo finalmente nel negozio giusto. La proprietaria ci dà il numero della signora Lucetta, che chiamiamo, un po’ titubanti e un po’ imbarazzate, e che ci dà appuntamento a casa sua tra un’ora. Nel frattempo andiamo a un forno, Il Forno di Pescasseroli, per prendere dei dolci da riportare a casa – anche se già con nostalgia dobbiamo pensare al ritorno- e da portare alla signora. Siamo un po’ nervose mentre la aspettiamo sotto quella che speriamo di aver capito sia la sua casa.

All’ora dell’appuntamento vediamo uscire una signora e le andiamo incontro, ci presentiamo e ci invita ad entrare a casa sua. Ci mettiamo in salotto e ci offre un caffè. Parliamo per quasi un’ora. Ci fa vedere tutti i trofei sciistici che ha vinto il padre, ci fa sfogliare il libro, ci racconta fiera che la rivista Diana -una rivista di caccia dell’epoca-  chiedeva spesso la collaborazione di suo padre, ci racconta di quando la portò a vedere l’orso catturato  e di quanto facesse paura, ci racconta dei suoi fratelli e delle due sorelle e del fatto che la madre era sempre preoccupata perché il padre usciva anche la notte per andare da solo in mezzo ai boschi. Le chiediamo se ha sentito il terremoto che è successo pochi giorni prima, e ci racconta anche del terremoto dell’Aquila che si è sentito tanto là. Ci chiede poco di noi, ma forse tutte le persone anziane sono così tanto attaccate ai ricordi che il presente non gli interessa più di tanto. Però ci dice che siamo delle brave ragazze, e non so ancora bene che effetto mi abbia fatto. Quando arriva il momento di comprare il libro, sembra quasi dispiaciuta di separarsi da quelle poche copie rimaste.

Quando usciamo dall’appartamento ci guardiamo. Forse siamo cresciute un po’.

Torniamo alla nostra casetta, posiamo i libri, prepariamo i panini per pranzo e ripartiamo. Seguiamo a piedi il sentiero che avevamo percorso a cavallo fino al Piazzale della Camosciara. Avere degli altri ricordi legati a quella strada ci fa sentire che apparteniamo un po’ di più a questi luoghi. Arrivate al Piazzale, dopo la pausa pranzo, scegliamo il sentiero che in 20 minuti di salita ci porta a due cascate, la Cascate delle Tre Cannelle e la Cascata delle Ninfee. Ancora mi viene da pensare a quando questi nomi sono stati scelti. I nomi si scelgono con tempo, con una comunità che senza saperlo comincia a riferirsi a qualcosa con le stesse parole. E allora in quel caso i nomi hanno un senso.  Adesso la magia delle ninfee è un po’ difficile da cogliere, calpestata da un mondo poco attento. Riscendiamo e prendiamo  il sentiero G6 che porta al Rifugio Belvedere delle Liscia.

È pomeriggio già, di solito non è consigliabile partire a quest’ora per inoltrarsi nei boschi, ma vogliamo ritentare un avvistamento, ci siamo preparate e abbiamo calcolato i tempi. E poi il nome del rifugio ci fa ben sperare.
È un bel sentiero, poco battuto, che passa anche sopra un ruscello, e sale sale sale, fra rocce e rami che fanno da gradini. Sento fatica e soddisfazione ad ogni passo. E la cima del Monte Amaro, che ci ha accompagnato da lontano tutta la settimana, piano piano si fa più vicina. Il sentiero si apre e mostra il fianco, senza più alberi a segnare il margine sinistro, e con la roccia sul margine destro. Ci accorgiamo di quanto sia ripido il versante a sinistra. Il sentiero prosegue ancora in salita, ancora con il vuoto di lato. Decidiamo che non è il caso di proseguire, con prudenza mista alla rabbia e al rammarico che fanno sentire poco la paura.

Tornate alla nostra casa, il tempo di leggere un po’ e cala il buio e il freddo ed è ormai ora di preparare la cena. La stanchezza di una settimana rivendica il suo posto, e alle nove di sera già siamo a letto.

La sveglia suona alle 5.30 AM. Vogliamo vedere l’alba. Ci copriamo con maglioni e coperte e usciamo cercando di fare meno rumore possibile. C’è già luce a d illuminare i monti , e un cucciolo di pastore abruzzese già sveglio decide di farci compagnia, anche se una compagnia un po’ molesta.

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Aspettiamo in silenzio che i colori del cielo si trasferiscano sugli alberi e sull’erba bagnata  e sul Monte Marsicano. Non è la prima alba per me, ma salutare un luogo con un risveglio rende questo lento ritorno quasi sacro.

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“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.”

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