Tra le foglie di Livata

Monte Livata. Finora l’avevo visto solo coperto di neve. Ora tutto ha i colori dell’autunno, tutti.

Raggiungiamo il nostro gruppo e  le nostre guide, i ragazzi del “Vivere l’Aniene” che hanno organizzato questa escursione, come tante altre. Durante i 15 km di percorso saranno loro a spronarci, a scandire i ritmi, a mostrarci le caratteristiche del territorio, a svelarci particolari che da sole avremmo ignorato. Dopo aver appreso dai nostri mentori della giornata le basi della Nordic walk, per permettere di sfruttare al meglio l’appoggio dei bastoni “professionali”, ci prepariamo a muovere i primi passi.

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A accogliere i nostri passi è un terreno soffice ricoperto di foglie, di foglie marroni, piccole, dorate dalla luce delle 10 del mattino. Sui faggi ne sono rimaste poche, i colori già sono scomparsi dalla faggeta, c’è solo il verde delle felci a alternare il marrone del tappeto. Ma non per questo è meno bello. Ci hanno spiegato che le foglie autunnali non devono il loro colore all’assenza di linfa vitale: il marrone, come il rosso o le tinte più chiare, è un pigmento che durante tutto l’anno è “vinto” dal verde della clorofilla; in autunno la clorofilla è utilizzata diversamente dagli alberi e quindi gli altri colori possono finalmente fare la loro parte nel vestire i rami. Non c’è niente di “morto” in queste foreste. C’è una strana magia nel silenzio dell’autunno, come di una foresta addormentata che si deve far attenzione a non svegliare. Anche la luce sembra più delicata per non disturbare questo sonno.

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Consumiamo nel primo tratto la maggior parte del dislivello che ci aspetta oggi, i 350 metri, distribuiti in una salita non troppo impegnativa, ma che da il giusto inizio a una giornata faticosa e rigenerante allo stesso tempo. Le foglie non facilitano la salita, ammorbidiscono l’impatto con il terreno ma sono anche più scivolose della terra. Gli alberi sono alti, ma non hanno molto di maestoso così spogli, così ondeggianti al vento. Lungo il percorso scopriamo degli avvallamenti, delle conche, dovute alla natura carsica del terreno. Formano delle piccole mura, delle case quasi per gli alberi che con il terreno sono sprofondati. E per lo stesso motivo non scorrono fiumi tra queste montagne. Si riconoscono i solchi lasciati dall’acqua, ma è l’acqua piovana o delle nevi che si sciolgono e presto si infiltra nel terreno e lascia solo il segno del suo passaggio.  Rimangono poche piccole pozze che riflettono le chiome spoglie e il cielo limpido.

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Il terreno è più scuro del solito: questa era una zona carbonaia, si vedono ancora gli spiazzi tra i boschi dove veniva bruciata la legna per farne carbone. E ancora, smuovendo un po’ di terra e foglie, si può trovare qualche residuo di tanto lavoro.

Abbiamo scollinato, siamo arrivati, dopo circa tre ore di cammino, alla piana di Camposecco. Dall’antro protetto del bosco ci troviamo quasi sperduti nel grande prato, verde, luminoso, rumoroso. Il paesaggio ha un che di familiare: qua sono state girate le scene di “lo chiamavano Trinità”.

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Sdraiarsi al sole di novembre, sentirsi scaldati in tutto il corpo, con i capelli che si confondono con l’erba bassa, poggiare la testa sul terreno, e guardare il cielo limpido, immacolato.. è come tornare a casa.

Ma il cammino riprende, dopo la pausa pranzo, dopo un po’ di risate e il saluto alla radio “bar sport” che segue le escursioni organizzate da Vivere l’Aniene come si segue il campionato di calcio.

Il percorso di ritorno è più lungo ma quasi completamente pianeggiante. Non ripercorriamo gli stessi sentieri. La luce cambia più velocemente, il bosco non illuminato sembra quasi grigio, mentre tra le chiome il sole è una sfera imprigionata dai rami. A un tratto si sentono dei nitriti, non troppo vicini a noi. Poi sul nostro sentiero compaiono dei cavalli, che tranquilli brucano l’erba su delle piccole alture. Un cavallo  attraversa  il sentiero per raggiungere i compagni. Il suo trotto rimbomba nel terreno, duro, definito, come il battito del cuore della terra. Appena usciamo dal bosco più folto,  la corteccia degli alberi sembra rossa, o almeno così appare alla luce di un tramonto anticipato dai profili delle montagne.

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Arriviamo al punto di partenza. Potrebbe sembrare di non essere arrivati da nessuna parte, di aver girato a vuoto. Ma tutti sappiamo che non è così.

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