Camminando per le strade di Atene

“E se penso a te, quasi quasi io ci credo: alle processioni in riva al mare, ai gesti e alle parole, chiusi dentro il tuo mistero”. Così cantava Graziani di Cleo, dello spirito della Grecia, magico, divino, affascinante.
Così è Atene, città ricca di tesori e contraddizioni, coinvolgente, ammaliante.
I ristoranti con vista sull’Acropoli della Plaka, che la sera si illuminano di lanterne dalle luci soffuse, che diventano antri fatati e si riempiono di musica e di confusione festosa. Gli alberi dai fiori lilla che dipingono di viola i viali e fanno riscoprire il desiderio di dipingere,  che compaiono all’improvviso accanto alle chiese fatte da pietre e mosaici, con le cupole tondeggianti a contrastare i palazzi squadrati tanto più giovani di loro. I ragazzi ballano per strada e le marionette suonano il piano, le  bancarelle sbrilluccicano di oro – che oro non è ma non per questo è meno bello-, i vicoli colorati  in cui risuona la musica antica, di quelle che invitano a muoversi, a ballare, che rimanda alle origini stesse della musica, alle danze intorno al fuoco e ai riti sulla spiaggia. E quella lingue che di europeo ha ben poco, che scivola da una lettera all’altra, con quella musicalità quasi araba, e quell’alfabeto che per noi è una formula magica.

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Le rovine marmoree accostate ai fiori variopinti conquistano, rapiscono gli scorci pittoreschi dei vicoli e dei loro colori e dei loro chiaro-scuri, le imponenti costruzioni che da millenni osservano dall’alto la città suggestionano come i grattacieli di oggi non riescono a fare, colpiscono le case, così bianche, che si affacciano sul mare di un azzurro cristallino, stupiscono le guardie così serie nella loro marcia  e affascina la gente che in tutto questo ha la sua quotidianità  e vive nei vicoli, di fronte alle chiese, tra i locali e i gusti speziati dei loro cibi.
Appena però si esce dalle vie del centro, si apre una nuova Atene, con immagini che appartengono a un’altra epoca. Le macchine hanno forme ormai superate, i vestiti sono senza neanche una marca, i negozi vendono  di tutto e non cercano di farlo sembrare più bello, le signore come quelle che ormai si vedono solo  nei paesini, gli edifici abbandonati e pericolanti, il mancato rispetto di qualsiasi norma del  codice della strada, la polizia nascosta in ogni angolo, saracinesche abbassate, musei chiusi da troppo tempo, i segni delle proteste, gli slogan sui muri che denunciano la sofferenza e la rivolta di un popolo allo stremo.

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Perché ad Atene si vede anche questo: oltre alle meraviglie del passato, ci si deve confrontare con le angosce del presente. Un presente ricco di contraddizioni, dove si sente ancora la necessità del cambio della guardia e dei pom pom alle scarpe e in cui però il valore della vita è svalutato costantemente con corse folli e attraversamenti rocamboleschi, in cui nessuno nota la disperazione di un ragazzo che probabilmente aveva solo bisogno di un passaggio, nessuno nota che al posto di una scarpa ha una busta di plastica, e nessuno si gira dopo essergli sfrecciati accanto per notare il suo viso trasformarsi in una maschera di pianto.
Il silenzio sacro dell’Agorà assume allora un altro significato, diventa la pace che manca alla vita di tutti i giorni, diventa il segno di un passato glorioso che ha lasciato solo rovine, su cui il popolo non riesce a appoggiarsi per non crollare, diventa il contrasto con la desolazione di una città che è tutt’altro che neoclassica, diventa l’incapacità di cogliere ancora la magia che permea la quotidianità.

Quella magia è però solo velata, ancora, è ancora possibile “strappare il cielo di carta”, è ancora possibile porsi al di fuori dell’abitudine, “mostro che annienta ogni nostra sensibilità”, riscoprendo invece la Bellezza  nascosta in una città così piena di ingenua meraviglia.

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