Lunedì 22 Agosto, Opi

Una visita a Pescasseroli e Opi

Prima notte passata in roulotte. Troppo freddo, non me lo aspettavo. Un lenzuolo e pile non basta, tremavo. Prima colazione, con il latte caldo e pane e marmellata e il gas da aprire di fuori.  Il tempo non sembra dei migliori, il monte di fronte a noi, di cui ancora non abbiamo capito il nome, è coperto dalle nuvole. Andiamo a Pescasseroli a fare al spesa , ci dobbiamo organizzare per il pranzo, dovremo vedere giorno per giorno, dovremo fare i panini per le passeggiate.

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Pescasseroli è più in basso rispetto ad Opi, ed è più grande e più turistica. È molto colorata, ci sono fiori ovunque, spuntano anche dal marciapiede, agli angoli delle case, grandi e colorati. Chissà se sono piantati o se è una pianta infestante. Comunque non le tagliano.

Torniamo alla base e prepariamo il pranzo, apparecchiamo, mangiano e laviamo i piatti. Come primo esperimento ai fornelli ce la caviamo bene. A Pescasseroli abbiamo comprato la carta dei sentieri, così iniziamo a studiarla per capire cosa ci potrebbe interessare. Con una matita segniamo i sentieri, controlliamo quanto tempo indica, la difficoltà, il dislivello..

C’è una fattoria, che abbiamo scoperto passeggiando nei dintorni del campeggio appena arrivate. Vende uova fresche e formaggio di capra. Decidiamo di passarci per prendere le uova peri prossimi giorni. Ci accolgono dei bianchissimi pastori abruzzesi, contenti  e esuberanti. Dalla fattoria ci aprono e ci fanno entrare, molto gentilmente ci danno le uova, bianche. Vediamo i cuccioli di pastore abruzzese, di pochi mesi, delle pallette di pelo bianco. I cani che ci hanno accolto, che scopriamo essere cuccioli di 6 mesi, ci accompagnano fino al campeggio.

Il tempo è ancora incerto, non conviene allontanarci troppo. Con 15 minuti di salita a piedi arriviamo a Opi. C’è un belvedere proprio al centro di questo paesino stretto in cima a un monte tra i monti. Mi immagino che per gli abitanti debba essere un abitudine quella vista, chissà com’è vivere con una piazza così. I bambini giocano con le spalle alla finestre sui monti, giocano senza farci minimamente caso.  C’è poca gente, tutta concentrata al bar, tranne qualche signora che chiacchiera tra le vie. Alle pareti della chiesa, all’esterno, sono appese le foto dei matrimoni di più di 50 anni fa. Nessuna sposa ha il vestito da principessa. Qualcuna non ha nemmeno il vestito bianco. Sembrano giorni lontanissimi dal mio presente, chissà se anche qui li sentono passati. Chissà se erano felici nel giorno del loro matrimonio.
Su un fianco del paese di apre l’area faunistica del camoscio. È un bel posto per fermarsi un po’.
Dall’altro lato rispetto a dove siamo salite si apre una valle.  Si sente tutto da là su. Si vede tutto. Si vedono i raggi del Sole che tagliano le nuvole. Si vedono le rondini che corrono col vento. Non hanno paura di cadere. Sanno come muoversi. Si lasciano cadere in picchiata, poi prendono un’altra corrente e tornano su. Sono padrone di loro stesse. Poco sotto, gli alberi. Alberi piccoli, alberi appena nati. Qua nascono ancora. Non devono essere piantati e curati. Qua gli alberi resistono alla neve, al vento sferzante, alla pioggia che batte forte e buca la terra.. resistono e crescono, da tre foglioline che appena spuntano diventano alberi forti e vecchi. Qua si osa. Si resiste. Si vive.

“Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi al di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete,
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.”

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