Monte Terminillo

Potrei raccontare pagine di aneddoti sulle giornate passate sul Terminillo con la neve e la mia famiglia. Ero una bambina  e come tanti bambini che c’erano oggi volevo solo divertirmi. Non ricordo di aver mai pensato che fosse un bel posto, un bel paesaggio. C’era la salita da cui partire per andare più veloci con lo silttino, il gruppetto di alberi in cui puoi fare la base per la battaglia di palle di neve, la discesa dove eravamo scivolati e il punto dove avevamo disegnato gli angeli nella neve. Ridevo da piccola, mi divertivo tanto, pensavo solo a quello. Per questo oggi non mi davano fastidio le urla allegre di quei bambini, per questo sorridevo a quei due fratellini che si rotolavano sulla neve. Ma io, io cercavo il silenzio. Ho camminato, affondando nella neve ad ogni passo –  la neve era fresca    quanto  mi mancava la consistenza della neve sotto i doposci   che da piccola non sapevo si chiamassero doposci perché non avevo mai sciato- ad ogni passo ad un’altezza diversa. Cercavo il silenzio per sentire il rumore della neve che si scioglie e cade dagli alberi – che schiocchi che siamo, ci siamo chiusi in un mondo dove la quotidianità è senza silenzio, ma il silenzio non esiste! Siamo noi che l’abbiamo inventato per chiamare l’assenza dei rumori delle macchine, tutte le macchine di cui ci siamo sommersi      che sciocchi -e va a colpire altra neve al suolo, la neve che aveva iniziato a sciogliersi, poi si era congelata ed era diventata ghiaccio incastonato tra le punte dei rami, ghiaccio che risplende dei raggi del sole, ghiaccio che cadendo lascia la neve meno liscia di dove non ci stanno gli alberi. Non credo di poter trovare delle parole. Non ci sono segni in cui io possa racchiudere una montagna. Lascio la mia mano sulla neve. Uno dei primi segni che lasciarono gli uomini sulla Terra. Non c’è molto altro da dire. Un’impronta, come a dire “io esisto, e sono esistito in questo momento, in questo luogo, accanto a tutto il resto”. Non basta la parola “freddo”. Non basta dire che il Sole riscaldava. Non si sente il vento se lo scrivo.

Oggi non ero una bambina. Ma ero semplice.  Piatta e uniforme come la distesa sotto i miei occhi, ma per questa volta non in senso negativo. Ero serena. Candida. Smussata, senza asperità. Accogliente, ben disposta. Mi sentivo anche bella, quasi. Ero contenta di me. Lo sguardo poteva indugiare e per quanto scrutasse non poteva trovare un punto nascosto. C’era la neve sulla cima, e il vento la faceva alzare e la portava via dolcemente, come una nuvola. Intatta. Mi dispiace solo non poter non rompere quella superficie liscia con i miei passi. Si vedevano ancora i fiocchi e le loro forme, se si osservava da vicino.

Da Greccio poi si sta in alto, incastonati sulla roccia.

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Qua San Francesco ha fatto il primo presepe, qua ha dormito in una stanza in cui un uomo di oggi non entrerebbe nemmeno accucciato, e ci ha dormito senza materasso e senza cuscino, perché per San Francesco nel cuscino c’era un diavolo. Però è facile capire la religiosità in questi luoghi. In questi suoni che noi chiameremmo silenzio, quei suoni che spesso non riusciamo ad ascoltare perché sono nascosti, sotterrati da mille altri suoni più piccoli ma più rumorosi. Con quella luce così chiara che però illumina tutto, che pervade tutto, anche l’anima. In quella semplicità che fa vedere ogni singola foglia, ogni rametto, ogni albero, ogni mattone, ogni asse, ogni respiro, ogni momento che poi in fondo è la vita. Niente desideri, niente speranze, niente aspettative. Non quello “Sturm und Drang” che agita l’animo, non quel tendere verso una vita colma di infinito. No. Semplicità. Pace. Luce. Almeno qui. Almeno ora. Grazie.

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