Viaggio nella Roma del Barocco

 

Roma: tutti la declamano come la città della bellezza. Certo, con i suoi grandi monumenti di marmo bianco, il Tevere che la attraversa dolcemente, le ville e gli spazi di verde che compaiono all’improvviso, le rovine accanto ai marciapiedi. Ma a Roma si può vedere di più, si può vedere oltre questa bellezza altisonante. Roma è anche una città nascosta.

A Roma si può vedere il passare delle epoche, se si fa attenzione ai diversi stili che si mescolano uno accanto all’altro, se ci si affaccia oltre le mura che danno sulla strada. Barocco, Neoclassico, Rinascimento. Ma il Barocco in particolare ha il gusto di stupire, e quale modo migliore per sorprendere se non una sorpresa? La Roma Barocca è ricca e quanto mai meravigliosa da scoprire, magari, perché no, anche organizzando un itinerario in vespa come quello proposto recentemente nell’articolo di Expedia.

Basta affacciarsi in una chiesa per trovare quadri e affreschi, e sicuramente, tra nomi che magari ai non esperti non dicono nulla, comparirà qualche immagine prima relegata solo ai libri di storia dell’arte, qualche firma più nota. Alcune chiese però, magari nascoste da luoghi più importanti e più famosi, magari quasi anonime per essere notate tra le tante meraviglie di Roma.. alcune chiese tengono in serbo dei regali speciali.

San Luigi dei Francesi.

Dietro Piazza Navona, accanto alla libreria francese, in un quartiere dove le probabilità di sentir parlare francese aumentano notevolmente. Entrando si nota subito un assembramento di gente in fondo alla navata di sinistra.
Cappella Contarelli.

Il cardinale commissionò la decorazione delle tre pareti della cappella di famiglia, con i momenti più importanti della vita di San Matteo, il suo santo protettore. L’incarico ricadde su un giovane senza grande esperienza in opere di questo genere, ma con un enorme talento. Il giovane però non è pratico della tecnica dell’affresco, canonica per i lavori parietali, e decide perciò di utilizzare tre gigantesche tele da posizionare poi sulle pareti. La tela infatti permette più cura nei dettagli, più ripensamenti rispetto all’affresco, che deve essere invece veloce e preciso. Ed infatti, del Martirio di San Matteo il giovane artista dovette ricoprire, “cancellare”, la prima versione, ridipingendoci poi sopra quella attuale e definitiva. L’errore era stato non aver considerato la prospettiva laterale da cui l’opera veniva (viene e verrà) osservata, ossia lateralmente e non frontalmente.

Nella seconda versione invece i personaggi tengono conto della relazione con il “pubblico”, e quasi come se fossero spinti fuori dalla tela, si vanno a mischiare ai fedeli. San Matteo è colto nel momento appena successivo al suo accoltellamento. Lo dimostrano la candela battesimale ancora accesa sull’altare. Chi sia l’artefice del delitto rimane dubbio: che sia il giovane in primo piano, anche se non è armato? Che sia il ragazzo che tiene il pugnale, nonostante la sua espressione tradisca lo sgomento dipinto sul volto di tutti gli altri fedeli? Che siano i due giovani sulla sinistra, che si mostrano invece per niente turbati dall’accaduto? Non si saprà mai. E come da consuetudine, non manca la firma- autoritratto, un volto illuminato sullo sfondo. Che questo giovane sia Caravaggio, credo l’aveste già capito.

Spostando lo sguardo sulla sinistra: l’Ispirazione di San Matteo. Anche di quest’opera Caravaggio dovette abbandonare la prima versione, non per errore stavolta, ma per censura. Il disegno raffigurava un angelo con sembianze quasi femminili, in un atteggiamento quasi provocante, che sembrava quasi mostrare a San Matteo come scrivere la parola di Dio; un San Matteo che sembra quasi un contadino, con il piede in primo piano…  la Chiesa non poteva accettarlo.

Così la seconda versione: San Matteo è ritratto come Socrate, barba bianca e doppio mantello rosso, che annota il “dettato” della discendenza di David con cui si apre il Vangelo. Il pennino è reso con una sola pennellata bianca, la luce dell’angelo realisticamente si unisce a quella della finestra in alto (che ora però è coperta da edifici più imponenti che la nascondono al Sole). Ma Caravaggio lascia sempre la sua firma: lo sgabello è in bilico tra quadro e realtà, riporta la fede al mondo contemporaneo.

E nel mondo contemporaneo l’artista riporta anche la prima scena della nuova vita di San Matteo: la Vocazione. Sotto un portico, San Matteo è intento nella sua attività lavorativa di esattore delle tasse. Ma ecco Gesù che, a differenza di tutti gli altri personaggi, non indossa i panni del ‘500 ma quelli della Palestina dell’anno 0. Con un gesto simile a quello dell’Adamo della Creazione di Michelangelo, Cristo chiama tra i suoi apostoli Matteo. Ma anche qui un dubbio: quali delle varie figure è Matteo? Quel signore barbuto che si indica sorpreso, o l’esattore avido che ancora conta le monete e non si è accorto della chiamata?

Caravaggio però non è solo mistero. Quindi fermatevi e ammirate: i colori, la resa dei tessuti, la densità della pennellata, la luce..(E sperate che qualcuno metta i 50 cent per l’illuminazione!).

DSC_5928Ci spostiamo, passando tra vicoli e strade più importanti, passando per Via di Ripetta e per Via della Scrofa, seguendo il lato ovest del tridente fino a Piazza del Popolo. Se fate attenzione potrete vedere ancora qualche negozio di fiori con il vecchio proprietario addormentato sulla sedia, o un autobus bloccato in curva tra due motorini, o il lavoro di qualche artista di strada (nel vero senso del termine) che ha decorato il muretto dei “lavori in corso” che dei piccoli messaggi che forse vale la pena di leggere.

 

Basilica di Santa Maria del Popolo.

Nella Cappella Cerasi, sul lato sinistro del transetto, un nuovo affollamento attirerà la vostra attenzione. Nuovamente due tele fra i tanti affreschi, tra cui quelli del Caracci, famiglia di spicco all’epoca di Caravaggio a cui erano commissionati i più importanti appalti di decorazione, presso i quali il pittore compì il suo apprendistato e con i quali si dovette spesso contendere il lavoro. La forma della cappella fa si però che le opere dei due antagonisti si trovino molto vicine tra loro, e costringe le tele del Caravaggio ad una visione di scorcio. Al centro l’Assunzione del Caracci, e sulla destra la Conversione di San Paolo. Di nuovo, una prima versione viene soppressa perché considerata troppo realista, con troppe figure sulla scena, concitate nel soccorrere un San Paolo seminudo, e addirittura un angelo a sorreggere Gesù che si protende verso il “Santo Saulo” che lo perseguita. Una seconda versione viene così realizzata.

Nel frattempo il Monsignor Tiberio Cesari, che aveva commissionato la cappella, muore e i suoi eredi non chiedono a Caravaggio di dipingere la seconda versione su tavole di legno di cipresso, che invece era il desiderio dell’originario committente. In questa tela la conversione è ambientata in una stalla, in un’ambientazione spoglia che vuole riflettere la sinteticità del racconto degli Atti degli Apostoli. È la luce a definire gli spazi, una luce che squarcia le tenebre della quotidianità pagana della vita di Saulo. Il corpo del futuro Santo non è ancora completamente a terra, è il momento appena successivo all’apparizione, e la spada, che nell’iconografia cristiana è brandita a difesa della cristianità, giace ancora al fianco del Saulo soldato. Il numero dei personaggi, in questa versione, è decisamente limitato, e il cavallo è l’unico con gli occhi aperti, l’unico che riesce a sostenere la vista di quella luce, unica presenza dell’intervento divino. C’è chi ipotizza che San Paolo stesso sia la firma-autoritratto di Caravaggio, perché rappresentato più giovane di come appare di solito dell’iconografia cristiana, e quella spada può benissimo essere la spada “compagna” di tante disavventure del pittore.

Sulla sinistra invece, la Crocifissione di San Pietro. I Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, sono così riuniti a proteggere il popolo di Roma. Anche di quest’opera esiste una prima versione, eseguita su tavola di legno di cipresso, che però oggi è andata perduta. La tela riunisce i due simboli per eccellenza della Chiesa cattolica: San Pietro e la croce. Una croce che viene issata al contrario, perché il Santo non si ritiene degno di morire come è morto Cristo. Una croce che viene issata con fatica dai due uomini, che più che carnefici sembrano operai; una fatica che accumuna il Santo con i suoi aguzzini, di cui non si vedono i volti, che possono essere chiunque, una persona chiunque a cui è stato solo affidato un compito da portare a termine.

Se non ci sono carnefici però non ci sono vittime, e allora dov’è l’eroismo del martirio? L’eroismo è nel libero arbitrio di San Pietro, uomo comune la cui sofferenza non è idealizzata ma mostrata in tutta la sua atrocità, e che va a scardinare la tesi luterana della predestinazione al male dell’uomo. Se il Santo, che soffre come qualsiasi uomo soffrirebbe, sceglie di vivere nella grazia anche accettando il martirio, allora anche lo spettatore può seguire questa scelta. Almeno questo è il messaggio che Caravaggio volle realizzare. Di nuovo è la luce a indicare la salvezza: San Pietro è in piena luce, i suoi aguzzini sono voltati dall’altra parte.

Caravaggio trascorse molti anni a Roma, e il suo talento non passò certo inosservato. Così sparse per le vie, per le chiese, per i palazzi i suoi capolavori. Oggi molti si trovano ancora nelle loro collocazioni originali, altre sono raccolte a Galleria Borghese o ai Musei Capitolini, altre opere sono sparse invece tra il Palazzo Barberini, la Galleria Doria Pamphili, nella Cappella Cavalletti in Sant’Agostino e nel Casino Boncompagni Ludovisi. Quindi ora uscite e perdetevi per le vie di Roma, chissà quali sorprese potrebbe riservarvi!

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