Venerdì 26 Agosto, Opi

Escursione notturna

Questa mattina facciamo con calma. Verranno i miei genitori a trovarci, quindi li aspetteremo al campeggio. Sistemiamo un po’ la nostra casetta, è davvero carina con il cestino da pic-nic che si vede dalla finestre, e all’interno ci siamo organizzate bene, non ci sta per niente stretta, l’abbiamo fatta nostra. Nell’attesa mi metto a disegnare di fuori. C’è il sole e fa molto caldo. Arrivati i miei genitori gli mostriamo orgogliose lo spazio che ci siamo create. Abbiamo deciso di portarli a pranzo a Civitella, al Camping Wolf della nostra comune conoscenza. Menù biologico, tutti prodotti locali ci spiegano. Finito l’ottimo pranzo scendiamo al lago in 10 minuti. Sembra di stare al mare, se non fosse che in acqua accanto alla riva ci sono salici anziché pattini, e se non fosse per la ragazza che suona la fisarmonica. Ci facciamo accompagnare a Civitella, davanti al bar sede dall’associazione “La Betulla”: la nostra comune conoscenza ci aveva consigliato delle escursioni organizzate da loro, e siccome finora non siamo state fortunate con gli avvistamenti, abbiamo deciso di partecipare all’escursione serale a Pianezza, sul Monte Marsicano, la montagna che vediamo dal nostro campeggio. A 1400 m, dopo il tramonto e quando gli altri escursionisti si sono ritirati, dovrebbe essere facile avvistare cervi e camosci e volpi e, se si è davvero fortunati, orsi e lupi. Partiamo con la guida Umberto, dell’associazione di Pescasseroli Wild Life Adventures, che collabora con La Betulla.

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Nel percorso per arrivare al punto di partenza dell’escursione ci spiega che le possibilità di avvistamento dipendono da vari fattori: quanto disturbo è stato creato durante il giorno ( se gli escursionisti  sono rimasti sul sentiero o se sono andati ad “intaccare” le zone che gli animali considerano tranquille), quanto caldo ha fatto durante la giornata (più è caldo più gli animali salgono di quota e poi scendono più tardi), quanto riusciremo a essere silenziosi e quanto saremo fortunati.
Oggi è stata una giornata calda e con tanti escursionisti. Speriamo bene.

Arrivati al punto di partenza ci informa che l’itinerario prevede un dislivello di 300 m, che percorreremo in circa un’ora, con varie soste per le spiegazioni e per riposarci, poi cercherà un punto di osservazione dove rimarremo per circa due ore in attesa, possibilmente sottovento, possibilmente vicini tra di noi in modo da facilitare la comunicazione e ridurre l’area disturbata. Il gruppo è numeroso. Cominciamo la salita. Attraversiamo un bosco di querce, il che è strano a queste altitudini perché, spiega Umberto, le querce hanno bisogno di temperature più elevate, e di solito a questo punto ci sono foreste di faggi. Ma su questo versante, esposto a sud, quindi più caldo, le querce riescono a resistere. Ci spiega che esistono varietà di querce che si distinguono principalmente in base alla lunghezza delle foglie. Nella prima tappa ci racconta un aneddoto “storico”. Prima questi monti erano dedicati alla transumanza, al pascolo delle pecore, e sui versanti erano costruiti degli stazzi, delle basse costruzioni con muri fatti di pietre e tetti di rami e foglie, per far passare la notte a pecore e pastori. Oggi rimangono solo i muretti di pietre. Li avevamo notati anche andando a Forca d’Acero. Ci racconta di un certo Leucio Coccia, guardiaparco in pensione, che lui ha conosciuto quando era bambino, e che gli aveva regalato un libro scritto e edito da lui, in cui raccontava le sue avventure in montagna. Una di queste avventure riguarda il delitto di Pescogrosso, la località dove ci troviamo noi ora. Pesco in abruzzese vuol dire masso. Pescasseroli è il grosso masso accanto al fiume Sangro. Quando era guardiaparco, Leucio Coccia era stato chiamato perché un orso aveva ucciso un gregge di una trentina di pecore. Ora, questo era un comportamento strano per un orso, che di solito cattura una pecora e se ne va a mangiarla in un luogo tranquillo. Allora il guardiaparco si reca sul luogo del delitto, e trova effettivamente 30 e più pecore uccise, con i segni del passaggio di un orso. Per i pastori era normale che nel corso dell’anno delle pecore andassero a mancare all’appello, anzi a volte questi episodi erano una fortuna, perché gli orsi mangiano solo le interiora e quindi i pastori ne potevano approfittare per mangiare la carne rimasta, senza scatenare l’ira del padrone delle pecore. Ma un intero gregge sterminato era davvero strano. La conclusione a cui giunse il guardiaparco è singolare. Dai segni dedussero che nella zona era passata una mamma orso con il suo cucciolo, e che il cucciolo era passato sopra il tetto dello stazzo, cascando all’interno e schiacciando un po’ di pecore. La mamma per recuperarlo ha fatto altrettanto. In più avrebbe ammassato le pecore verso un angolo del muro, in modo da avere una “scala” per uscire. Le povere pecore sono morte schiacciate dal peso dei due orsi, o di paura.
La nostra guida dice che è per questo libro probabilmente che lui e tanti altri ragazzi sono diventati guide del parco.


La salita continua, il passo di Umberto è veloce, il percorso non tanto facile, tra sassi e scalini, sotto il sole ancora caldo. Saranno le cinque del pomeriggio e ancora si suda. Umberto ci mostra un albero, che potrebbe essere uno di quelli dove le aquile portano le loro prede per mangiarle. Gli “spennatoi” sono rocce o alberi con degli spazi abbastanza larghi da poter far entrare l’aquila e la preda. Ci sono 6 coppie di aquile sul territorio, una di queste ha il nido sul monte alla nostra destra, nella Camosciara. Dovrebbe essere il Monte Amaro. Faremo attenzione anche agli escrementi lungo il percorso, se si trovano delle penne probabilmente si tratta di  un lupo, che mangia per intero le sue prede. Con molta fatica arriviamo a Pianezza, troviamo un luogo adatto e cominciamo l’appostamento. Oltre la linea di alberi davanti a noi si apre la riserva integrale in cui i cervi pascolano durante il giorno. Sulla destra c’è una fonte, usata dal lupo e dall’orso, mentre ai cervi basta la rugiada che prendono dall’erba al mattino per dissetarsi. Il panorama ripaga della fatica. Si vede il lago di Barrea incastrato tra i monti. A sinistra la cima del Monte Marsicano, coperta da un po’ di nuvole grigie. Mi viene in mente una canzone di Ivan Graziani, sulla libertà.  La sentivo da piccola.
“Quella nuvola grigia sul picco, tu la vedi volare. È la pelle del lupo che nessuno mai catturerà. È la mia libertà.”

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A destra i raggi del sole ormai basso spuntano dalle cime del Monte Amaro, mentre il sole tramonta piano piano dietro di noi. Ora che siamo fermi e che la temperatura cala fa freddo. Rimaniamo in silenzio, con la guida che controlla per noi con il suo cannocchiale. C’è chi vede una volpe al limitare della linea di alberi, ma presto si nasconde alla nostra vista. C’è chi vede comparire un cervo, ma rimane solo un’apparizione. Ad un tratto il gruppo si agita. La nostra guida ha avvistato un camoscio con il cannocchiale. Sta su in alto, dove ci sono le nuvole, sta pascolando ed è solo. A turno ci affacciamo al cannocchiale per vederlo. I bambini sono agitatissimi. È strano. Sta là su, piccolo e incurante di noi strane creature che gli diamo tanta importanza.  Perché abbiamo perso così tanto del nostro contatto con la Natura? Facciamo in tempo a dare un’occhiata tutti, ma dopo poco il camoscio sparisce. Continua l’attesa. Il tempo sembra non scorrere. È lento il movimento del sole che ci porta via la luce piano piano. È lento il bosco nel cambiare suoni mentre si prepara alla notte. Il vento è fermo come noi, costante, leggero.
“E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando”

Il momento di ripartire ci coglie quasi impreparati. Così appoggiati sul versante mi sembrava che fossimo tante rocce anche noi.
Ci muniamo di torce. Io ho portato una che avevamo a casa, vecchia, con la luce gialla e debole e  che si porta a mano. Gli altri hanno luci che si mettono sulla testa, un po’ come i miniatori, di una luce fredda e forte, sicuramente più utile nella discesa. Andiamo veloci, nonostante il buio. Ogni tanto si inciampa. L’importante è lasciare la luce a illuminare solo il sentiero, cercando di disturbare il meno possibile chiunque possa esserci oltre il sentiero.  Dalla rocce torniamo nel bosco di querce. E così al punto di partenza. Non era spaventosa la montagna di notte. Alle 21 poi erano appena spuntate le stelle. E i nostri occhi si erano abituati  alla poca luce e riuscivano a distinguere le forme. Prima di andare facciamo qualche domanda alla guida e scopriamo che il camoscio non ha un suo verso, l’unico suono che emette è un fischio per mettere in guardi gli altri della sua specie dal pericolo. È l’animale più difficile da avvistare, dopo l’orso naturalmente.

Si potrebbe pensare che siamo stati fortunati a vederlo, oppure sfortunati per non aver visto comparire i cervi. Io abito in città. Non ho mai visto un cervo o un camoscio, forse nemmeno una volpe. In città non sento mai il silenzio, quando cala il sole si accendono i lampioni per strada e non vedo mai le stelle, o il buio. Io ritengo che sia stata un serata molto fortunata.

 

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