Giovedì 25 Agosto, Opi

Forca d’Acero

Ormai siamo più veloci ad organizzarci. Partiamo da Valfondillo. Anziché seguire il percorso che porta alle Grotte di Valfondillo e poi devia per Forca d’Acero, prendiamo direttamente le indicazioni per Vallefredda, ma non è stata una mia idea. È bello usare i nomi come gli abitanti del posto, sapendo a cosa ci si sta riferendo,  con un’immagine e dei ricordi in mente.

È il primo giorno di sole. Fa caldo, si sente che siamo più in alto, i raggi sono meno stanchi e ci raggiungono con più forza. C’è poca gente lungo il percorso. Il caldo rende tutto più faticoso, forse saremmo dovute partire prima. Il dislivello non è molto, saliremo di più dopo Vallefredda, per poi ridiscendere. Ora il sentiero è entrato nel bosco, la luce filtra appena tra le foglie larghe. La strada è larga, ma dobbiamo fare attenzione ai segnali. Ci accorgiamo di essere già arrivate alla valle. È lunga, non si vede la fine. Il sole adesso illumina tutti i fiori  e l’erba e gli insetti e i piccoli arbusti che crescono sul prato. Tutto intorno il bosco. Appena raggiunto il limite, tornate sotto l’ombra, ci fermiamo a riposare un po’. Incontriamo una famiglia. Qua si saluta sempre chiunque si incontra, è una delle poche regole della montagna. Procediamo ancora un poco in piano, ma alla fine i segnali cominciano ad arrivare sempre più in alto. Il sentiero non si riconosce più dal manto della foresta. Bisogna cercare le strisce bianche e rosse, ma ci sono anche segni più vecchi, in arancione, più grossolani, con altri numeri. Saliamo per un’oretta. La fatica ci fa osservare di meno quello che abbiamo intorno. Prima di finire il dislivello ci fermiamo un attimo, ho visto qualcosa muoversi tra gli alberi. Forse uno scoiattolo. È un sentiero poco battuto, sono abbastanza sicura che se rimaniamo in silenzio e ferme per un po’ il bosco non si accorgerà più di noi e potremmo fare qualche incontro.

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Non è silenzio. Non esiste il silenzio. C’è il mio respiro. C’è il rumore delle foglie. C’è il soffio del vento. C’è un movimento di chi mi sta accanto. C’è un uccello in lontananza. C’è un mondo lontano di suoni che il nostro orecchio non può cogliere, ma non per questo non fa rumore. Il silenzio, quello vero, non esiste. Ma a noi basta l’assenza di certi suoni per sentirlo, il suono del silenzio.

Arrivano delle persone. Riprendiamo il cammino. Ci chiedono informazioni. Saliamo ancora un po’, poi il sentiero comincia a scendere dolcemente. Il bosco è più largo, e marrone. La luce calda dell’estate tiene lontano il pensiero dell’autunno. Incontriamo qualche fungo per strada. Chissà se sono buoni.

Continuiamo a scendere raggiungendo i segnali. A un certo punto sembra che il sentiero passi sotto la strada per continuare dall’altra parte. Ormai dovremmo essere quasi arrivate, siamo in cammino da quasi 4 ore. Attraversiamo il sottopassaggio, ma non troviamo più segnali dall’altra parte, così torniamo indietro. Chiediamo indicazioni a una macchina che passa. Forca d’Acero è un chioschetto poco più a destra, seguendo la strada. Quando arriviamo ci accorgiamo di essere al confine tra Lazio e Abruzzo. Nel Lazio c’è uno stand di formaggi, con il proprietario che dorme al sole sulla sdraio, con la musica di Roma a tutto volume : “ma che ce frega, ma che c’emporta, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua!”.
In Abruzzo  un bar/panineria/ristorante pieno di motociclisti. Scendiamo a pranzare un po’ più giù nel bosco. Il nostro panino non ha nulla da invidiare a quelli del ristorante. Pane fresco, ricotta e pomodoro. Nel frattempo chiediamo indicazioni a dei signori che vengono dal sentiero che abbiamo deciso di fare al ritorno, per evitare di fare una discesa troppo ripida.  Un signore molto gentile si ferma e ci indica sulla cartina il percorso. P2 C1 F7 F4.

Torniamo su per prendere qualcosa al bar. Qui capiscono che veniamo da un’escursione e  che siamo stanche, ci trattano molto gentilmente. Ci “accampiamo” un po’ stremate e dispieghiamo nuovamente la cartina. Seguendo la strada asfaltata da Opi a Forca d’Acero sono 12 km. Sicuramente per sentieri non ne abbiamo fatti di meno. È appagante essere arrivate.

Dopo poco ripartiamo. Lungo il percorso sentiamo dei nitriti,e ,per la mia felicità,  li raggiungiamo. Un branco di cavalli fermo in una radura. Ci ignorano. Continuano a girare intorno a due alberi. Ci sono molti puledrini, e un cavallo enorme che deve essere il capobranco. È davvero imponente. Ci fermiamo un bel po’ ad osservarli.

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Ripartiamo forse un po’ troppo tardi. Ritorniamo sul sentiero, arriviamo in uno spiazzo da cui si vedono i monti intorno, però ci perdiamo. Torniamo indietro e recuperiamo il segnale. Ancora incotriamo pochissime persone. Arriviamo a Macchiarvana e prendiamo il sentiero C1 come ci aveva indicato il signore, dietro quella che dovrebbe essere un capanno di sci nell’inverno.  Dopo poco incontriamo il sentiero F7 che ci riporterà a Vallafredda. Cominciamo a essere stanche. Il sentiero è in discesa, tra le foglie e i sassi bianchi, ed è abbastanza largo e facile da individuare.

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Riconosciamo Vallefredda appena si apre il bosco. È una bella sensazione essere riuscite a orientarci tra i boschi e i sentieri, ci si sente un po’ come se si fosse tornati a casa. Ormai il nostro passo è veloce, torniamo a Valfondillo spedite. Non è ancora il tramonto, ma il Sole è molto basso, crea dei raggi di luce che si insinuano tra i monti. Torniamo alla nostra casetta affamate e stanche e soddisfatte. Cuciniamo la pasta, con zucchine e sugo e tonno. È ancora più bella la cena con la soddisfacente stanchezza di essere riuscite. Riuscite a cavarcela da sole. A fare un percorso che pochi fanno. E poco importa la meta. Riuscite ad organizzarsi. A non perdersi, e se ci si perde, a ritrovarsi. Ad aver compiuto qualcosa, qualcosa di completo. Ad aver preparato una buona cena. Ad aver sfruttato la giornata a pieno senza ottenere qualcosa di concreto. Ad averla resa unica e propria. Ad essere state noi, tra tutti, ad essere rimaste vere.  Ad aver scherzato e riso. Ad aver messo un passo dietro l’altro fino a formare chilometri. Ad aver reso quei boschi un po’ più nostri. Ad aver resistito. Ad aver ascoltato. A non esserci accontentate. Ad aver dato il meglio di noi in tutto. A non aver scelto la via più facile ma la più piena.

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La giornata finisce sotto le stelle, che brillano tutta la notte, luminose.

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