Monte Terminillo

Potrei raccontare pagine di aneddoti sulle giornate passate sul Terminillo con la neve e la mia famiglia. Ero una bambina  e come tanti bambini che c’erano oggi volevo solo divertirmi. Non ricordo di aver mai pensato che fosse un bel posto, un bel paesaggio. C’era la salita da cui partire per andare più veloci con lo silttino, il gruppetto di alberi in cui puoi fare la base per la battaglia di palle di neve, la discesa dove eravamo scivolati e il punto dove avevamo disegnato gli angeli nella neve. Ridevo da piccola, mi divertivo tanto, pensavo solo a quello. Per questo oggi non mi davano fastidio le urla allegre di quei bambini, per questo sorridevo a quei due fratellini che si rotolavano sulla neve. Ma io, io cercavo il silenzio. Ho camminato, affondando nella neve ad ogni passo –  la neve era fresca    quanto  mi mancava la consistenza della neve sotto i doposci   che da piccola non sapevo si chiamassero doposci perché non avevo mai sciato- ad ogni passo ad un’altezza diversa. Cercavo il silenzio per sentire il rumore della neve che si scioglie e cade dagli alberi – che schiocchi che siamo, ci siamo chiusi in un mondo dove la quotidianità è senza silenzio, ma il silenzio non esiste! Siamo noi che l’abbiamo inventato per chiamare l’assenza dei rumori delle macchine, tutte le macchine di cui ci siamo sommersi      che sciocchi -e va a colpire altra neve al suolo, la neve che aveva iniziato a sciogliersi, poi si era congelata ed era diventata ghiaccio incastonato tra le punte dei rami, ghiaccio che risplende dei raggi del sole, ghiaccio che cadendo lascia la neve meno liscia di dove non ci stanno gli alberi. Non credo di poter trovare delle parole. Non ci sono segni in cui io possa racchiudere una montagna. Lascio la mia mano sulla neve. Uno dei primi segni che lasciarono gli uomini sulla Terra. Non c’è molto altro da dire. Un’impronta, come a dire “io esisto, e sono esistito in questo momento, in questo luogo, accanto a tutto il resto”. Non basta la parola “freddo”. Non basta dire che il Sole riscaldava. Non si sente il vento se lo scrivo.

Oggi non ero una bambina. Ma ero semplice.  Piatta e uniforme come la distesa sotto i miei occhi, ma per questa volta non in senso negativo. Ero serena. Candida. Smussata, senza asperità. Accogliente, ben disposta. Mi sentivo anche bella, quasi. Ero contenta di me. Lo sguardo poteva indugiare e per quanto scrutasse non poteva trovare un punto nascosto. C’era la neve sulla cima, e il vento la faceva alzare e la portava via dolcemente, come una nuvola. Intatta. Mi dispiace solo non poter non rompere quella superficie liscia con i miei passi. Si vedevano ancora i fiocchi e le loro forme, se si osservava da vicino.

Da Greccio poi si sta in alto, incastonati sulla roccia.

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Qua San Francesco ha fatto il primo presepe, qua ha dormito in una stanza in cui un uomo di oggi non entrerebbe nemmeno accucciato, e ci ha dormito senza materasso e senza cuscino, perché per San Francesco nel cuscino c’era un diavolo. Però è facile capire la religiosità in questi luoghi. In questi suoni che noi chiameremmo silenzio, quei suoni che spesso non riusciamo ad ascoltare perché sono nascosti, sotterrati da mille altri suoni più piccoli ma più rumorosi. Con quella luce così chiara che però illumina tutto, che pervade tutto, anche l’anima. In quella semplicità che fa vedere ogni singola foglia, ogni rametto, ogni albero, ogni mattone, ogni asse, ogni respiro, ogni momento che poi in fondo è la vita. Niente desideri, niente speranze, niente aspettative. Non quello “Sturm und Drang” che agita l’animo, non quel tendere verso una vita colma di infinito. No. Semplicità. Pace. Luce. Almeno qui. Almeno ora. Grazie.

Viaggio nella Roma del Barocco

 

Roma: tutti la declamano come la città della bellezza. Certo, con i suoi grandi monumenti di marmo bianco, il Tevere che la attraversa dolcemente, le ville e gli spazi di verde che compaiono all’improvviso, le rovine accanto ai marciapiedi. Ma a Roma si può vedere di più, si può vedere oltre questa bellezza altisonante. Roma è anche una città nascosta.

A Roma si può vedere il passare delle epoche, se si fa attenzione ai diversi stili che si mescolano uno accanto all’altro, se ci si affaccia oltre le mura che danno sulla strada. Barocco, Neoclassico, Rinascimento. Ma il Barocco in particolare ha il gusto di stupire, e quale modo migliore per sorprendere se non una sorpresa? La Roma Barocca è ricca e quanto mai meravigliosa da scoprire, magari, perché no, anche organizzando un itinerario in vespa come quello proposto recentemente nell’articolo di Expedia.

Basta affacciarsi in una chiesa per trovare quadri e affreschi, e sicuramente, tra nomi che magari ai non esperti non dicono nulla, comparirà qualche immagine prima relegata solo ai libri di storia dell’arte, qualche firma più nota. Alcune chiese però, magari nascoste da luoghi più importanti e più famosi, magari quasi anonime per essere notate tra le tante meraviglie di Roma.. alcune chiese tengono in serbo dei regali speciali.

San Luigi dei Francesi.

Dietro Piazza Navona, accanto alla libreria francese, in un quartiere dove le probabilità di sentir parlare francese aumentano notevolmente. Entrando si nota subito un assembramento di gente in fondo alla navata di sinistra.
Cappella Contarelli.

Il cardinale commissionò la decorazione delle tre pareti della cappella di famiglia, con i momenti più importanti della vita di San Matteo, il suo santo protettore. L’incarico ricadde su un giovane senza grande esperienza in opere di questo genere, ma con un enorme talento. Il giovane però non è pratico della tecnica dell’affresco, canonica per i lavori parietali, e decide perciò di utilizzare tre gigantesche tele da posizionare poi sulle pareti. La tela infatti permette più cura nei dettagli, più ripensamenti rispetto all’affresco, che deve essere invece veloce e preciso. Ed infatti, del Martirio di San Matteo il giovane artista dovette ricoprire, “cancellare”, la prima versione, ridipingendoci poi sopra quella attuale e definitiva. L’errore era stato non aver considerato la prospettiva laterale da cui l’opera veniva (viene e verrà) osservata, ossia lateralmente e non frontalmente.

Nella seconda versione invece i personaggi tengono conto della relazione con il “pubblico”, e quasi come se fossero spinti fuori dalla tela, si vanno a mischiare ai fedeli. San Matteo è colto nel momento appena successivo al suo accoltellamento. Lo dimostrano la candela battesimale ancora accesa sull’altare. Chi sia l’artefice del delitto rimane dubbio: che sia il giovane in primo piano, anche se non è armato? Che sia il ragazzo che tiene il pugnale, nonostante la sua espressione tradisca lo sgomento dipinto sul volto di tutti gli altri fedeli? Che siano i due giovani sulla sinistra, che si mostrano invece per niente turbati dall’accaduto? Non si saprà mai. E come da consuetudine, non manca la firma- autoritratto, un volto illuminato sullo sfondo. Che questo giovane sia Caravaggio, credo l’aveste già capito.

Spostando lo sguardo sulla sinistra: l’Ispirazione di San Matteo. Anche di quest’opera Caravaggio dovette abbandonare la prima versione, non per errore stavolta, ma per censura. Il disegno raffigurava un angelo con sembianze quasi femminili, in un atteggiamento quasi provocante, che sembrava quasi mostrare a San Matteo come scrivere la parola di Dio; un San Matteo che sembra quasi un contadino, con il piede in primo piano…  la Chiesa non poteva accettarlo.

Così la seconda versione: San Matteo è ritratto come Socrate, barba bianca e doppio mantello rosso, che annota il “dettato” della discendenza di David con cui si apre il Vangelo. Il pennino è reso con una sola pennellata bianca, la luce dell’angelo realisticamente si unisce a quella della finestra in alto (che ora però è coperta da edifici più imponenti che la nascondono al Sole). Ma Caravaggio lascia sempre la sua firma: lo sgabello è in bilico tra quadro e realtà, riporta la fede al mondo contemporaneo.

E nel mondo contemporaneo l’artista riporta anche la prima scena della nuova vita di San Matteo: la Vocazione. Sotto un portico, San Matteo è intento nella sua attività lavorativa di esattore delle tasse. Ma ecco Gesù che, a differenza di tutti gli altri personaggi, non indossa i panni del ‘500 ma quelli della Palestina dell’anno 0. Con un gesto simile a quello dell’Adamo della Creazione di Michelangelo, Cristo chiama tra i suoi apostoli Matteo. Ma anche qui un dubbio: quali delle varie figure è Matteo? Quel signore barbuto che si indica sorpreso, o l’esattore avido che ancora conta le monete e non si è accorto della chiamata?

Caravaggio però non è solo mistero. Quindi fermatevi e ammirate: i colori, la resa dei tessuti, la densità della pennellata, la luce..(E sperate che qualcuno metta i 50 cent per l’illuminazione!).

DSC_5928Ci spostiamo, passando tra vicoli e strade più importanti, passando per Via di Ripetta e per Via della Scrofa, seguendo il lato ovest del tridente fino a Piazza del Popolo. Se fate attenzione potrete vedere ancora qualche negozio di fiori con il vecchio proprietario addormentato sulla sedia, o un autobus bloccato in curva tra due motorini, o il lavoro di qualche artista di strada (nel vero senso del termine) che ha decorato il muretto dei “lavori in corso” che dei piccoli messaggi che forse vale la pena di leggere.

 

Basilica di Santa Maria del Popolo.

Nella Cappella Cerasi, sul lato sinistro del transetto, un nuovo affollamento attirerà la vostra attenzione. Nuovamente due tele fra i tanti affreschi, tra cui quelli del Caracci, famiglia di spicco all’epoca di Caravaggio a cui erano commissionati i più importanti appalti di decorazione, presso i quali il pittore compì il suo apprendistato e con i quali si dovette spesso contendere il lavoro. La forma della cappella fa si però che le opere dei due antagonisti si trovino molto vicine tra loro, e costringe le tele del Caravaggio ad una visione di scorcio. Al centro l’Assunzione del Caracci, e sulla destra la Conversione di San Paolo. Di nuovo, una prima versione viene soppressa perché considerata troppo realista, con troppe figure sulla scena, concitate nel soccorrere un San Paolo seminudo, e addirittura un angelo a sorreggere Gesù che si protende verso il “Santo Saulo” che lo perseguita. Una seconda versione viene così realizzata.

Nel frattempo il Monsignor Tiberio Cesari, che aveva commissionato la cappella, muore e i suoi eredi non chiedono a Caravaggio di dipingere la seconda versione su tavole di legno di cipresso, che invece era il desiderio dell’originario committente. In questa tela la conversione è ambientata in una stalla, in un’ambientazione spoglia che vuole riflettere la sinteticità del racconto degli Atti degli Apostoli. È la luce a definire gli spazi, una luce che squarcia le tenebre della quotidianità pagana della vita di Saulo. Il corpo del futuro Santo non è ancora completamente a terra, è il momento appena successivo all’apparizione, e la spada, che nell’iconografia cristiana è brandita a difesa della cristianità, giace ancora al fianco del Saulo soldato. Il numero dei personaggi, in questa versione, è decisamente limitato, e il cavallo è l’unico con gli occhi aperti, l’unico che riesce a sostenere la vista di quella luce, unica presenza dell’intervento divino. C’è chi ipotizza che San Paolo stesso sia la firma-autoritratto di Caravaggio, perché rappresentato più giovane di come appare di solito dell’iconografia cristiana, e quella spada può benissimo essere la spada “compagna” di tante disavventure del pittore.

Sulla sinistra invece, la Crocifissione di San Pietro. I Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, sono così riuniti a proteggere il popolo di Roma. Anche di quest’opera esiste una prima versione, eseguita su tavola di legno di cipresso, che però oggi è andata perduta. La tela riunisce i due simboli per eccellenza della Chiesa cattolica: San Pietro e la croce. Una croce che viene issata al contrario, perché il Santo non si ritiene degno di morire come è morto Cristo. Una croce che viene issata con fatica dai due uomini, che più che carnefici sembrano operai; una fatica che accumuna il Santo con i suoi aguzzini, di cui non si vedono i volti, che possono essere chiunque, una persona chiunque a cui è stato solo affidato un compito da portare a termine.

Se non ci sono carnefici però non ci sono vittime, e allora dov’è l’eroismo del martirio? L’eroismo è nel libero arbitrio di San Pietro, uomo comune la cui sofferenza non è idealizzata ma mostrata in tutta la sua atrocità, e che va a scardinare la tesi luterana della predestinazione al male dell’uomo. Se il Santo, che soffre come qualsiasi uomo soffrirebbe, sceglie di vivere nella grazia anche accettando il martirio, allora anche lo spettatore può seguire questa scelta. Almeno questo è il messaggio che Caravaggio volle realizzare. Di nuovo è la luce a indicare la salvezza: San Pietro è in piena luce, i suoi aguzzini sono voltati dall’altra parte.

Caravaggio trascorse molti anni a Roma, e il suo talento non passò certo inosservato. Così sparse per le vie, per le chiese, per i palazzi i suoi capolavori. Oggi molti si trovano ancora nelle loro collocazioni originali, altre sono raccolte a Galleria Borghese o ai Musei Capitolini, altre opere sono sparse invece tra il Palazzo Barberini, la Galleria Doria Pamphili, nella Cappella Cavalletti in Sant’Agostino e nel Casino Boncompagni Ludovisi. Quindi ora uscite e perdetevi per le vie di Roma, chissà quali sorprese potrebbe riservarvi!

Il ritorno, Opi

 

È passato più di un mese da quando sono tornata. Sono tornata, ho finito il libro della signora Lucetta, ho stampato le foto delle passeggiate, della casetta, ho ricordato con nostalgia, mi sono accorta di come mi abbia fatto cambiare e crescere questa settimana, ho parlato con chi mi ha confermato che le città non sono a misura d’uomo, ho cambiato un po’ di abitudini, ho nuove consapevolezze, una maggiore sicurezza in me. Sono tornata dove c’è campo per il telefono. Sono tornata a correre per prendere l’autobus e andare di corsa, tirata tra impegni e persone e doveri, in ritmi che non mi appartengono. Sono tornata tra tanti, troppi rumori, rumori spiacevoli e innaturali. Sono tornata sotto un cielo senza stelle. Sono tornata in una casa che mi tiene staccata da tutto quello che c’è fuori; era bello anche sentire il freddo la notte. Sono tornata a non essere completamente padrona del mio tempo. Sono tornata ad avere palazzi fuori dalla finestra. Sono tornata a vedermi passare accanto migliaia di persone al giorno senza salutarne nessuna. Sono tornata a camminare su un asfalto sempre uguale, e sicuramente a camminare di meno. Sono tornata ad andare a letto tardi, perché non sono stanca e non c’è differenza tra il giorno e la notte. Sono tornata dove c’è più cemento che alberi. Sono tornata tra persone che non conoscono i boschi, che non hanno da insegnarmi sul luogo dove sto, perché una città non appartiene a nessuno. Sono tornata in una casa senza l’odore di quello che avevo cucinato la sera prima. Mi manca anche andare al lavatoio a lavare i piatti, la sera col freddo e la stanchezza. Sono tornata ad avere troppo, sicuramente più del necessario. Mi manca cercare il modo per arrangiarci, ingegnarci per sfruttare al meglio quello che avevamo e non sentire il bisogno di nulla di più. Mi manca sentirmi padrona di un mio luogo, che gestisco io, che mi renda un po’ più libera. Mi manca decidere e seguire il percorso della giornata. Mi manca potermi dedicare solo a ciò che ritengo mio, mi manca non dover incastrare quello che voglio tra quello che devo. Mi manca non sentire l’urgenza di sfruttare al massimo ogni istante. Mi manca una vita più vera, più mia.

Sabato 27 Agosto, Opi

Volevamo ritentare l’avvistamento. Quindi il pomeriggio volevamo tornare, questa volta da sole, sul Monte Marsicano, oppure alla Camosciara. Ma la mattina andiamo a Pescasseroli.

Ci sembra quasi di essere estranee a una cittadina ora, ci sembra di essere montanare che scendono in paese solo per le commissioni. Ma abbiamo una commissione che ci sta molto a cuore.  Andiamo a trovare la nostra guida di venerdì sera. Vogliamo sapere come trovare il libro di cui ci aveva parlato. Ci dice che il libro non è di nessuna casa editrice e che lo vendeva la figlia del guardiaparco che l’aveva scritto quando aveva un negozio di giocattoli, ma che ora è in pensione e che forse ha qualche copia a casa sua. Ci mostra una copia del libro, che ha avuto direttamente dal guardiaparco. C’è una dedica, ma non voglio leggerla. Il libro si chiama “Avventure con Orsi e Lupi di Leucio Coccia”.
La figlia, la signora che dovremo cercare, si chiama Lucetta in onore del padre. La guida ci indirizza verso un negozio i cui proprietari dovrebbero conoscere la signora. È strano entrare nei meccanismi di un paese, tra i legami dei suoi abitanti. È una realtà che noi, nuove generazioni della città, non abbiamo mai sperimentato. Mandate un po’ allo sbaraglio, non siamo abituate a non poter conoscere subito tutto, costrette a metterci in gioco. Non riusciamo a trovare subito il negozio, e nel frattempo ci perdiamo tra i vicoli di Pescasseroli, con tanti odori, tanti fiori, tante case e pochissimi palazzi, tanti piccoli alimentari e pochi supermercati, tanti bambini a giocare e poche macchine.
Stiamo per tornare al punto di partenza, quando entriamo finalmente nel negozio giusto. La proprietaria ci dà il numero della signora Lucetta, che chiamiamo, un po’ titubanti e un po’ imbarazzate, e che ci dà appuntamento a casa sua tra un’ora. Nel frattempo andiamo a un forno, Il Forno di Pescasseroli, per prendere dei dolci da riportare a casa – anche se già con nostalgia dobbiamo pensare al ritorno- e da portare alla signora. Siamo un po’ nervose mentre la aspettiamo sotto quella che speriamo di aver capito sia la sua casa.

All’ora dell’appuntamento vediamo uscire una signora e le andiamo incontro, ci presentiamo e ci invita ad entrare a casa sua. Ci mettiamo in salotto e ci offre un caffè. Parliamo per quasi un’ora. Ci fa vedere tutti i trofei sciistici che ha vinto il padre, ci fa sfogliare il libro, ci racconta fiera che la rivista Diana -una rivista di caccia dell’epoca-  chiedeva spesso la collaborazione di suo padre, ci racconta di quando la portò a vedere l’orso catturato  e di quanto facesse paura, ci racconta dei suoi fratelli e delle due sorelle e del fatto che la madre era sempre preoccupata perché il padre usciva anche la notte per andare da solo in mezzo ai boschi. Le chiediamo se ha sentito il terremoto che è successo pochi giorni prima, e ci racconta anche del terremoto dell’Aquila che si è sentito tanto là. Ci chiede poco di noi, ma forse tutte le persone anziane sono così tanto attaccate ai ricordi che il presente non gli interessa più di tanto. Però ci dice che siamo delle brave ragazze, e non so ancora bene che effetto mi abbia fatto. Quando arriva il momento di comprare il libro, sembra quasi dispiaciuta di separarsi da quelle poche copie rimaste.

Quando usciamo dall’appartamento ci guardiamo. Forse siamo cresciute un po’.

Torniamo alla nostra casetta, posiamo i libri, prepariamo i panini per pranzo e ripartiamo. Seguiamo a piedi il sentiero che avevamo percorso a cavallo fino al Piazzale della Camosciara. Avere degli altri ricordi legati a quella strada ci fa sentire che apparteniamo un po’ di più a questi luoghi. Arrivate al Piazzale, dopo la pausa pranzo, scegliamo il sentiero che in 20 minuti di salita ci porta a due cascate, la Cascate delle Tre Cannelle e la Cascata delle Ninfee. Ancora mi viene da pensare a quando questi nomi sono stati scelti. I nomi si scelgono con tempo, con una comunità che senza saperlo comincia a riferirsi a qualcosa con le stesse parole. E allora in quel caso i nomi hanno un senso.  Adesso la magia delle ninfee è un po’ difficile da cogliere, calpestata da un mondo poco attento. Riscendiamo e prendiamo  il sentiero G6 che porta al Rifugio Belvedere delle Liscia.

È pomeriggio già, di solito non è consigliabile partire a quest’ora per inoltrarsi nei boschi, ma vogliamo ritentare un avvistamento, ci siamo preparate e abbiamo calcolato i tempi. E poi il nome del rifugio ci fa ben sperare.
È un bel sentiero, poco battuto, che passa anche sopra un ruscello, e sale sale sale, fra rocce e rami che fanno da gradini. Sento fatica e soddisfazione ad ogni passo. E la cima del Monte Amaro, che ci ha accompagnato da lontano tutta la settimana, piano piano si fa più vicina. Il sentiero si apre e mostra il fianco, senza più alberi a segnare il margine sinistro, e con la roccia sul margine destro. Ci accorgiamo di quanto sia ripido il versante a sinistra. Il sentiero prosegue ancora in salita, ancora con il vuoto di lato. Decidiamo che non è il caso di proseguire, con prudenza mista alla rabbia e al rammarico che fanno sentire poco la paura.

Tornate alla nostra casa, il tempo di leggere un po’ e cala il buio e il freddo ed è ormai ora di preparare la cena. La stanchezza di una settimana rivendica il suo posto, e alle nove di sera già siamo a letto.

La sveglia suona alle 5.30 AM. Vogliamo vedere l’alba. Ci copriamo con maglioni e coperte e usciamo cercando di fare meno rumore possibile. C’è già luce a d illuminare i monti , e un cucciolo di pastore abruzzese già sveglio decide di farci compagnia, anche se una compagnia un po’ molesta.

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Aspettiamo in silenzio che i colori del cielo si trasferiscano sugli alberi e sull’erba bagnata  e sul Monte Marsicano. Non è la prima alba per me, ma salutare un luogo con un risveglio rende questo lento ritorno quasi sacro.

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“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.”

Venerdì 26 Agosto, Opi

Escursione notturna

Questa mattina facciamo con calma. Verranno i miei genitori a trovarci, quindi li aspetteremo al campeggio. Sistemiamo un po’ la nostra casetta, è davvero carina con il cestino da pic-nic che si vede dalla finestre, e all’interno ci siamo organizzate bene, non ci sta per niente stretta, l’abbiamo fatta nostra. Nell’attesa mi metto a disegnare di fuori. C’è il sole e fa molto caldo. Arrivati i miei genitori gli mostriamo orgogliose lo spazio che ci siamo create. Abbiamo deciso di portarli a pranzo a Civitella, al Camping Wolf della nostra comune conoscenza. Menù biologico, tutti prodotti locali ci spiegano. Finito l’ottimo pranzo scendiamo al lago in 10 minuti. Sembra di stare al mare, se non fosse che in acqua accanto alla riva ci sono salici anziché pattini, e se non fosse per la ragazza che suona la fisarmonica. Ci facciamo accompagnare a Civitella, davanti al bar sede dall’associazione “La Betulla”: la nostra comune conoscenza ci aveva consigliato delle escursioni organizzate da loro, e siccome finora non siamo state fortunate con gli avvistamenti, abbiamo deciso di partecipare all’escursione serale a Pianezza, sul Monte Marsicano, la montagna che vediamo dal nostro campeggio. A 1400 m, dopo il tramonto e quando gli altri escursionisti si sono ritirati, dovrebbe essere facile avvistare cervi e camosci e volpi e, se si è davvero fortunati, orsi e lupi. Partiamo con la guida Umberto, dell’associazione di Pescasseroli Wild Life Adventures, che collabora con La Betulla.

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Nel percorso per arrivare al punto di partenza dell’escursione ci spiega che le possibilità di avvistamento dipendono da vari fattori: quanto disturbo è stato creato durante il giorno ( se gli escursionisti  sono rimasti sul sentiero o se sono andati ad “intaccare” le zone che gli animali considerano tranquille), quanto caldo ha fatto durante la giornata (più è caldo più gli animali salgono di quota e poi scendono più tardi), quanto riusciremo a essere silenziosi e quanto saremo fortunati.
Oggi è stata una giornata calda e con tanti escursionisti. Speriamo bene.

Arrivati al punto di partenza ci informa che l’itinerario prevede un dislivello di 300 m, che percorreremo in circa un’ora, con varie soste per le spiegazioni e per riposarci, poi cercherà un punto di osservazione dove rimarremo per circa due ore in attesa, possibilmente sottovento, possibilmente vicini tra di noi in modo da facilitare la comunicazione e ridurre l’area disturbata. Il gruppo è numeroso. Cominciamo la salita. Attraversiamo un bosco di querce, il che è strano a queste altitudini perché, spiega Umberto, le querce hanno bisogno di temperature più elevate, e di solito a questo punto ci sono foreste di faggi. Ma su questo versante, esposto a sud, quindi più caldo, le querce riescono a resistere. Ci spiega che esistono varietà di querce che si distinguono principalmente in base alla lunghezza delle foglie. Nella prima tappa ci racconta un aneddoto “storico”. Prima questi monti erano dedicati alla transumanza, al pascolo delle pecore, e sui versanti erano costruiti degli stazzi, delle basse costruzioni con muri fatti di pietre e tetti di rami e foglie, per far passare la notte a pecore e pastori. Oggi rimangono solo i muretti di pietre. Li avevamo notati anche andando a Forca d’Acero. Ci racconta di un certo Leucio Coccia, guardiaparco in pensione, che lui ha conosciuto quando era bambino, e che gli aveva regalato un libro scritto e edito da lui, in cui raccontava le sue avventure in montagna. Una di queste avventure riguarda il delitto di Pescogrosso, la località dove ci troviamo noi ora. Pesco in abruzzese vuol dire masso. Pescasseroli è il grosso masso accanto al fiume Sangro. Quando era guardiaparco, Leucio Coccia era stato chiamato perché un orso aveva ucciso un gregge di una trentina di pecore. Ora, questo era un comportamento strano per un orso, che di solito cattura una pecora e se ne va a mangiarla in un luogo tranquillo. Allora il guardiaparco si reca sul luogo del delitto, e trova effettivamente 30 e più pecore uccise, con i segni del passaggio di un orso. Per i pastori era normale che nel corso dell’anno delle pecore andassero a mancare all’appello, anzi a volte questi episodi erano una fortuna, perché gli orsi mangiano solo le interiora e quindi i pastori ne potevano approfittare per mangiare la carne rimasta, senza scatenare l’ira del padrone delle pecore. Ma un intero gregge sterminato era davvero strano. La conclusione a cui giunse il guardiaparco è singolare. Dai segni dedussero che nella zona era passata una mamma orso con il suo cucciolo, e che il cucciolo era passato sopra il tetto dello stazzo, cascando all’interno e schiacciando un po’ di pecore. La mamma per recuperarlo ha fatto altrettanto. In più avrebbe ammassato le pecore verso un angolo del muro, in modo da avere una “scala” per uscire. Le povere pecore sono morte schiacciate dal peso dei due orsi, o di paura.
La nostra guida dice che è per questo libro probabilmente che lui e tanti altri ragazzi sono diventati guide del parco.


La salita continua, il passo di Umberto è veloce, il percorso non tanto facile, tra sassi e scalini, sotto il sole ancora caldo. Saranno le cinque del pomeriggio e ancora si suda. Umberto ci mostra un albero, che potrebbe essere uno di quelli dove le aquile portano le loro prede per mangiarle. Gli “spennatoi” sono rocce o alberi con degli spazi abbastanza larghi da poter far entrare l’aquila e la preda. Ci sono 6 coppie di aquile sul territorio, una di queste ha il nido sul monte alla nostra destra, nella Camosciara. Dovrebbe essere il Monte Amaro. Faremo attenzione anche agli escrementi lungo il percorso, se si trovano delle penne probabilmente si tratta di  un lupo, che mangia per intero le sue prede. Con molta fatica arriviamo a Pianezza, troviamo un luogo adatto e cominciamo l’appostamento. Oltre la linea di alberi davanti a noi si apre la riserva integrale in cui i cervi pascolano durante il giorno. Sulla destra c’è una fonte, usata dal lupo e dall’orso, mentre ai cervi basta la rugiada che prendono dall’erba al mattino per dissetarsi. Il panorama ripaga della fatica. Si vede il lago di Barrea incastrato tra i monti. A sinistra la cima del Monte Marsicano, coperta da un po’ di nuvole grigie. Mi viene in mente una canzone di Ivan Graziani, sulla libertà.  La sentivo da piccola.
“Quella nuvola grigia sul picco, tu la vedi volare. È la pelle del lupo che nessuno mai catturerà. È la mia libertà.”

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A destra i raggi del sole ormai basso spuntano dalle cime del Monte Amaro, mentre il sole tramonta piano piano dietro di noi. Ora che siamo fermi e che la temperatura cala fa freddo. Rimaniamo in silenzio, con la guida che controlla per noi con il suo cannocchiale. C’è chi vede una volpe al limitare della linea di alberi, ma presto si nasconde alla nostra vista. C’è chi vede comparire un cervo, ma rimane solo un’apparizione. Ad un tratto il gruppo si agita. La nostra guida ha avvistato un camoscio con il cannocchiale. Sta su in alto, dove ci sono le nuvole, sta pascolando ed è solo. A turno ci affacciamo al cannocchiale per vederlo. I bambini sono agitatissimi. È strano. Sta là su, piccolo e incurante di noi strane creature che gli diamo tanta importanza.  Perché abbiamo perso così tanto del nostro contatto con la Natura? Facciamo in tempo a dare un’occhiata tutti, ma dopo poco il camoscio sparisce. Continua l’attesa. Il tempo sembra non scorrere. È lento il movimento del sole che ci porta via la luce piano piano. È lento il bosco nel cambiare suoni mentre si prepara alla notte. Il vento è fermo come noi, costante, leggero.
“E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando”

Il momento di ripartire ci coglie quasi impreparati. Così appoggiati sul versante mi sembrava che fossimo tante rocce anche noi.
Ci muniamo di torce. Io ho portato una che avevamo a casa, vecchia, con la luce gialla e debole e  che si porta a mano. Gli altri hanno luci che si mettono sulla testa, un po’ come i miniatori, di una luce fredda e forte, sicuramente più utile nella discesa. Andiamo veloci, nonostante il buio. Ogni tanto si inciampa. L’importante è lasciare la luce a illuminare solo il sentiero, cercando di disturbare il meno possibile chiunque possa esserci oltre il sentiero.  Dalla rocce torniamo nel bosco di querce. E così al punto di partenza. Non era spaventosa la montagna di notte. Alle 21 poi erano appena spuntate le stelle. E i nostri occhi si erano abituati  alla poca luce e riuscivano a distinguere le forme. Prima di andare facciamo qualche domanda alla guida e scopriamo che il camoscio non ha un suo verso, l’unico suono che emette è un fischio per mettere in guardi gli altri della sua specie dal pericolo. È l’animale più difficile da avvistare, dopo l’orso naturalmente.

Si potrebbe pensare che siamo stati fortunati a vederlo, oppure sfortunati per non aver visto comparire i cervi. Io abito in città. Non ho mai visto un cervo o un camoscio, forse nemmeno una volpe. In città non sento mai il silenzio, quando cala il sole si accendono i lampioni per strada e non vedo mai le stelle, o il buio. Io ritengo che sia stata un serata molto fortunata.

 

Giovedì 25 Agosto, Opi

Forca d’Acero

Ormai siamo più veloci ad organizzarci. Partiamo da Valfondillo. Anziché seguire il percorso che porta alle Grotte di Valfondillo e poi devia per Forca d’Acero, prendiamo direttamente le indicazioni per Vallefredda, ma non è stata una mia idea. È bello usare i nomi come gli abitanti del posto, sapendo a cosa ci si sta riferendo,  con un’immagine e dei ricordi in mente.

È il primo giorno di sole. Fa caldo, si sente che siamo più in alto, i raggi sono meno stanchi e ci raggiungono con più forza. C’è poca gente lungo il percorso. Il caldo rende tutto più faticoso, forse saremmo dovute partire prima. Il dislivello non è molto, saliremo di più dopo Vallefredda, per poi ridiscendere. Ora il sentiero è entrato nel bosco, la luce filtra appena tra le foglie larghe. La strada è larga, ma dobbiamo fare attenzione ai segnali. Ci accorgiamo di essere già arrivate alla valle. È lunga, non si vede la fine. Il sole adesso illumina tutti i fiori  e l’erba e gli insetti e i piccoli arbusti che crescono sul prato. Tutto intorno il bosco. Appena raggiunto il limite, tornate sotto l’ombra, ci fermiamo a riposare un po’. Incontriamo una famiglia. Qua si saluta sempre chiunque si incontra, è una delle poche regole della montagna. Procediamo ancora un poco in piano, ma alla fine i segnali cominciano ad arrivare sempre più in alto. Il sentiero non si riconosce più dal manto della foresta. Bisogna cercare le strisce bianche e rosse, ma ci sono anche segni più vecchi, in arancione, più grossolani, con altri numeri. Saliamo per un’oretta. La fatica ci fa osservare di meno quello che abbiamo intorno. Prima di finire il dislivello ci fermiamo un attimo, ho visto qualcosa muoversi tra gli alberi. Forse uno scoiattolo. È un sentiero poco battuto, sono abbastanza sicura che se rimaniamo in silenzio e ferme per un po’ il bosco non si accorgerà più di noi e potremmo fare qualche incontro.

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Non è silenzio. Non esiste il silenzio. C’è il mio respiro. C’è il rumore delle foglie. C’è il soffio del vento. C’è un movimento di chi mi sta accanto. C’è un uccello in lontananza. C’è un mondo lontano di suoni che il nostro orecchio non può cogliere, ma non per questo non fa rumore. Il silenzio, quello vero, non esiste. Ma a noi basta l’assenza di certi suoni per sentirlo, il suono del silenzio.

Arrivano delle persone. Riprendiamo il cammino. Ci chiedono informazioni. Saliamo ancora un po’, poi il sentiero comincia a scendere dolcemente. Il bosco è più largo, e marrone. La luce calda dell’estate tiene lontano il pensiero dell’autunno. Incontriamo qualche fungo per strada. Chissà se sono buoni.

Continuiamo a scendere raggiungendo i segnali. A un certo punto sembra che il sentiero passi sotto la strada per continuare dall’altra parte. Ormai dovremmo essere quasi arrivate, siamo in cammino da quasi 4 ore. Attraversiamo il sottopassaggio, ma non troviamo più segnali dall’altra parte, così torniamo indietro. Chiediamo indicazioni a una macchina che passa. Forca d’Acero è un chioschetto poco più a destra, seguendo la strada. Quando arriviamo ci accorgiamo di essere al confine tra Lazio e Abruzzo. Nel Lazio c’è uno stand di formaggi, con il proprietario che dorme al sole sulla sdraio, con la musica di Roma a tutto volume : “ma che ce frega, ma che c’emporta, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua!”.
In Abruzzo  un bar/panineria/ristorante pieno di motociclisti. Scendiamo a pranzare un po’ più giù nel bosco. Il nostro panino non ha nulla da invidiare a quelli del ristorante. Pane fresco, ricotta e pomodoro. Nel frattempo chiediamo indicazioni a dei signori che vengono dal sentiero che abbiamo deciso di fare al ritorno, per evitare di fare una discesa troppo ripida.  Un signore molto gentile si ferma e ci indica sulla cartina il percorso. P2 C1 F7 F4.

Torniamo su per prendere qualcosa al bar. Qui capiscono che veniamo da un’escursione e  che siamo stanche, ci trattano molto gentilmente. Ci “accampiamo” un po’ stremate e dispieghiamo nuovamente la cartina. Seguendo la strada asfaltata da Opi a Forca d’Acero sono 12 km. Sicuramente per sentieri non ne abbiamo fatti di meno. È appagante essere arrivate.

Dopo poco ripartiamo. Lungo il percorso sentiamo dei nitriti,e ,per la mia felicità,  li raggiungiamo. Un branco di cavalli fermo in una radura. Ci ignorano. Continuano a girare intorno a due alberi. Ci sono molti puledrini, e un cavallo enorme che deve essere il capobranco. È davvero imponente. Ci fermiamo un bel po’ ad osservarli.

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Ripartiamo forse un po’ troppo tardi. Ritorniamo sul sentiero, arriviamo in uno spiazzo da cui si vedono i monti intorno, però ci perdiamo. Torniamo indietro e recuperiamo il segnale. Ancora incotriamo pochissime persone. Arriviamo a Macchiarvana e prendiamo il sentiero C1 come ci aveva indicato il signore, dietro quella che dovrebbe essere un capanno di sci nell’inverno.  Dopo poco incontriamo il sentiero F7 che ci riporterà a Vallafredda. Cominciamo a essere stanche. Il sentiero è in discesa, tra le foglie e i sassi bianchi, ed è abbastanza largo e facile da individuare.

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Riconosciamo Vallefredda appena si apre il bosco. È una bella sensazione essere riuscite a orientarci tra i boschi e i sentieri, ci si sente un po’ come se si fosse tornati a casa. Ormai il nostro passo è veloce, torniamo a Valfondillo spedite. Non è ancora il tramonto, ma il Sole è molto basso, crea dei raggi di luce che si insinuano tra i monti. Torniamo alla nostra casetta affamate e stanche e soddisfatte. Cuciniamo la pasta, con zucchine e sugo e tonno. È ancora più bella la cena con la soddisfacente stanchezza di essere riuscite. Riuscite a cavarcela da sole. A fare un percorso che pochi fanno. E poco importa la meta. Riuscite ad organizzarsi. A non perdersi, e se ci si perde, a ritrovarsi. Ad aver compiuto qualcosa, qualcosa di completo. Ad aver preparato una buona cena. Ad aver sfruttato la giornata a pieno senza ottenere qualcosa di concreto. Ad averla resa unica e propria. Ad essere state noi, tra tutti, ad essere rimaste vere.  Ad aver scherzato e riso. Ad aver messo un passo dietro l’altro fino a formare chilometri. Ad aver reso quei boschi un po’ più nostri. Ad aver resistito. Ad aver ascoltato. A non esserci accontentate. Ad aver dato il meglio di noi in tutto. A non aver scelto la via più facile ma la più piena.

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La giornata finisce sotto le stelle, che brillano tutta la notte, luminose.

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Mercoledì 24 Agosto, Opi

Cavalcare nella Camosciara

In questi posti è quasi pesante dover prendere la macchina per spostarsi. Ma le strade sono semplici, poca possibilità di sbagliare. Arriviamo a Civitella Alfedena, facciamo la spesa per preparare il pranzo al sacco. Ci dicono che alla Camosciara c’è un maneggio per fare escursioni a cavallo. Arrivate là, vediamo almeno una ventina di cavalli, belli, muscolosi, alti. Decidiamo di provare. Partiamo con la guida per la nostra passeggiata di un’ora. Il sentiero passa in mezzo al bosco, tra i sassi, circondato dalle montagne della Camosciara che ormai ci sono familiari. Non mi va di “comandare” il mio cavallo, lascio che sia lui a decidere il passo, quando fermarsi, se  seguire il sentiero o meno. Lui lo vuole seguire.

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Dopo mezz’ora torniamo indietro, con piccola deviazione perché il mio cavallo aveva sete, aveva trovato una pozza del ruscello e non ne voleva sapere di continuare senza prima bere. Una volta che si è abbeverato mi porta al trotto per raggiungere il gruppo. È bello. Non sono abituata, non so bene come muovermi, ma cerco di seguirlo e di non frenarlo. All’arrivo al punto di partenza tutti i cavalli si salutano con un nitrito. Scopro che è femmina e che si chiama Princess. La devo salutare, mi dispiace, sarei voluta rimanere con lei.

Pranziamo tra i boschi, con i sassi  a farci da sedie.

 il lago di Barrea e Civitella Alfedena

Nel pomeriggio abbiamo in programma di fare una visita a una comune conoscenza a Civitella, ma siccome è presto ci dirigiamo prima al Lago di Barrea. È un colore stupendo. Azzuro chiaro, ma non come il cielo, quasi verde acqua o turchese. Ci fermiamo accanto ai salici sommersi che spuntano dall’acqua. C’è un po’ di vento , quando c’è il sole si sta bene, quando ci sono le nuvole fa freddo. Sto ferma. Ho le montagne davanti, oltre il lago che riluce. È tutto fermo. Uguale a ieri e uguale a domani. Antico. In ogni attimo l’eternità.

“E mi sovvien l’eterno
E le morte stagioni, e la presente,
E viva, e il suon di lei.”

Viva. Non c’è tempo. C’è vita.

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Proviamo a far volare l’aquilone. C’è il prato intorno al lago,e dove comincia l’acqua vediamo saltare piccole rane. Ci siamo riposate, torniamo verso Civitella.

La nostra comune conoscenza ci mostra il suo camping, ci racconta che la notte vengono i cervi tra le tende, che ormai si sono abituati agli uomini. Anche i lupi si sono abituati, dice che l’altra sera ne hanno visto uno.

Ci porta a Civitella, ci guida tra i  sentieri che solo chi ci abita conosce. Mi ricorda la mia infanzia, quando anche io conoscevo i sentieri- scorciatoie di un posto che è rimasto mio, ma solo nella memoria.

Civitella è un borgo, carino come tanti nella zona, tutto in salita ovviamente, con i gerani rossi fuori dalle finestre.  Dentro il borgo, tra le strade del paese, si apre la riserva faunistica del lupo e della lince. I lupi si fanno vedere, tutta la famiglia di papà, mamma e due cuccioli. Per i turisti è un evento, per gli abitanti parte della quotidianità, ormai conoscono le loro abitudini, sono loro compaesani. La lince invece non si fa vedere. L’inverso forse è più facile, ci dice, perché è più evidente sul bianco della neve. Ci dice che sono animali che sono stati trovati feriti, e che difficilmente sopravvivrebbero in natura. I lupi sono più piccoli di come mi aspettavo, più snelli ed eleganti. È il momento di salutarci e di ringraziare chi ci ha fatto vedere e non visitare.

Martedì 23 Agosto, Opi

da Valfondillo alla Grotta della Fate e Passo dell’Orso

Secondo giorno. Ci svegliamo presto, molto presto, dopo una notte un po’ meno fredda. Ci stiamo già organizzando meglio. Alle 9.00 siamo già in cammino. Partenza da Valfondillo, sentiero F2, segnale bianco e rosso. Superato un gruppo siamo sole, per fortuna, a parte qualche sporadico incontro.

All’inizio il sentiero costeggia il Rio Fondillo, che parte dalla Grotta delle Fate, dove siamo dirette. Il rumore dell’acqua che corre ci accompagnerà tutto il tragitto. A volte solo se si presta attenzione. Ci sono i cavalli al pascolo, tante giumente  con i puledrini.

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Camminiamo senza rendercene troppo conto, ogni tanto ci fermiamo per fare foto o saltare sui sassi in mezzo al ruscello o osservare i cavalli. Seguiamo il nostro ritmo. Così ci addentriamo di più tra i boschi, cominciano a farsi più stretti i prati e più alti gli abeti. Ritrovo alberi ondeggianti che avevo già visto senza foglie, ora carichi di verde. La pendenza è minima, il sentiero ancora largo e ben visibile.

Dopo due ore e più di cammino e soste arriviamo al bivio: Grotta delle Fate o Passo dell’Orso. Scendiamo. Si vede il ruscello da sopra, ma non sappiamo bene cosa aspettarci. Scendiamo i gradini che le radici degli alberi tengono per noi. Un dislivello di circa 30 m come ci avevano detto. Subito a destre, ecco la Grotta. Doveva essere piena d’acqua, ma non siamo in primavera e il Rio Fondillo si è ristretto. Piccola tappa- spuntino, che ci rendiamo conto dopo forse era meglio non fare, e risaliamo. È strano, in montagna si saluti chiunque si incontri, magari le stesse persone che in città non degni di uno sguardo. Ma qui potrebbe avere dei risvolti negativi mancare di gentilezza. Prendiamo il sentiero per il Passo dell’Orso. Non arriveremo fino in fondo, fa troppo freddo e non siamo pronte, pensavamo a una passeggiata meno impegnativa per iniziare, non un percorso E, di media difficoltà. Il dislivello da Grotta delle Fate a Passo dell’Orso è 300 m. il sentiero è completamente cambiato. Immerso negli alberi, largo poco più di un metro, a volte neanche troppo facile da individuare, con una pendenza non indifferente. Il terreno è coperto di foglie.
Ci fermiamo a riposare. Si sente forte il rumore degli alberi piegati dal vento, in alcuni tratti alcuni sono caduti, in altri ci sono alberi piegati ad arco. Con poco vento si vedono le cime ondeggiare vistosamente. È sorprendente, per chi è abituato ad associare agli alberi l’immobilità.

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Torniamo giù. La discesa è indubbiamente più veloce. Ci stupiamo di quanta strada abbiamo percorso, sembrava molta di meno all’andata. Incontriamo chi ci chiede quanto distano le due mete. Qualcuno torna indietro, qualcuno procede.

Forse dovremmo sentirci in colpa per non aver completato il percorso, o deluse per non aver trovato un punto di arrivo che ci ripagasse della fatica.

Ma ci siamo fermate nel bosco. Tra i pini alti, verde vivo, tra tante sfumature diverse, e marrone vecchio e ruvido. Con gli uccelli che si alzavano in volo turbati dalla nostra presenza, si sentivano le ali che sbattevano. Le nuvole correvano veloci sopra le teste, i rami ondeggiavano, scricchiolando, o forse parlando tra loro, chissà..
Il vento ci correva accanto di corsa, ululando forte. In lontananza si sentiva il ruscello che camminava. Ci sarà stato un motivo se qualcuno, tanto tempo fa, ha deciso di chiamarla Grotta delle Fate.
Per me è difficile non pensare, ma “Così tra questa immensità
S’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

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Lunedì 22 Agosto, Opi

Una visita a Pescasseroli e Opi

Prima notte passata in roulotte. Troppo freddo, non me lo aspettavo. Un lenzuolo e pile non basta, tremavo. Prima colazione, con il latte caldo e pane e marmellata e il gas da aprire di fuori.  Il tempo non sembra dei migliori, il monte di fronte a noi, di cui ancora non abbiamo capito il nome, è coperto dalle nuvole. Andiamo a Pescasseroli a fare al spesa , ci dobbiamo organizzare per il pranzo, dovremo vedere giorno per giorno, dovremo fare i panini per le passeggiate.

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Pescasseroli è più in basso rispetto ad Opi, ed è più grande e più turistica. È molto colorata, ci sono fiori ovunque, spuntano anche dal marciapiede, agli angoli delle case, grandi e colorati. Chissà se sono piantati o se è una pianta infestante. Comunque non le tagliano.

Torniamo alla base e prepariamo il pranzo, apparecchiamo, mangiano e laviamo i piatti. Come primo esperimento ai fornelli ce la caviamo bene. A Pescasseroli abbiamo comprato la carta dei sentieri, così iniziamo a studiarla per capire cosa ci potrebbe interessare. Con una matita segniamo i sentieri, controlliamo quanto tempo indica, la difficoltà, il dislivello..

C’è una fattoria, che abbiamo scoperto passeggiando nei dintorni del campeggio appena arrivate. Vende uova fresche e formaggio di capra. Decidiamo di passarci per prendere le uova peri prossimi giorni. Ci accolgono dei bianchissimi pastori abruzzesi, contenti  e esuberanti. Dalla fattoria ci aprono e ci fanno entrare, molto gentilmente ci danno le uova, bianche. Vediamo i cuccioli di pastore abruzzese, di pochi mesi, delle pallette di pelo bianco. I cani che ci hanno accolto, che scopriamo essere cuccioli di 6 mesi, ci accompagnano fino al campeggio.

Il tempo è ancora incerto, non conviene allontanarci troppo. Con 15 minuti di salita a piedi arriviamo a Opi. C’è un belvedere proprio al centro di questo paesino stretto in cima a un monte tra i monti. Mi immagino che per gli abitanti debba essere un abitudine quella vista, chissà com’è vivere con una piazza così. I bambini giocano con le spalle alla finestre sui monti, giocano senza farci minimamente caso.  C’è poca gente, tutta concentrata al bar, tranne qualche signora che chiacchiera tra le vie. Alle pareti della chiesa, all’esterno, sono appese le foto dei matrimoni di più di 50 anni fa. Nessuna sposa ha il vestito da principessa. Qualcuna non ha nemmeno il vestito bianco. Sembrano giorni lontanissimi dal mio presente, chissà se anche qui li sentono passati. Chissà se erano felici nel giorno del loro matrimonio.
Su un fianco del paese di apre l’area faunistica del camoscio. È un bel posto per fermarsi un po’.
Dall’altro lato rispetto a dove siamo salite si apre una valle.  Si sente tutto da là su. Si vede tutto. Si vedono i raggi del Sole che tagliano le nuvole. Si vedono le rondini che corrono col vento. Non hanno paura di cadere. Sanno come muoversi. Si lasciano cadere in picchiata, poi prendono un’altra corrente e tornano su. Sono padrone di loro stesse. Poco sotto, gli alberi. Alberi piccoli, alberi appena nati. Qua nascono ancora. Non devono essere piantati e curati. Qua gli alberi resistono alla neve, al vento sferzante, alla pioggia che batte forte e buca la terra.. resistono e crescono, da tre foglioline che appena spuntano diventano alberi forti e vecchi. Qua si osa. Si resiste. Si vive.

“Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi al di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete,
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.”

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