La Londra che non c’è

A Londra si ha sempre la sensazione che qualcosa di nuovo stia per accadere. I nuovi Beatles. La nuova rivolta punk. La nuova lady D. Il nuovo Shakespeare. Una nuova epoca possibile, ogni giorno.

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Ma non è ad Oxford Street o a Piccadilly Circus che si respira questo sentimento di aria spumeggiante, di vivacità musicale, di arte frizzante. È nei suoi quartieri più eccentrici, quei quartieri che diventano una città a parte, che sembrano come reparti di un grande magazzino; quei quartieri come Soho, Camden Town, Covent Garden, Notting Hill… ognuno con la sua “specializzazione”: la musica, il vintage, lo shopping, l’antiquariato… ognuno con il suo mercatino vintage, e se volete scoprire i più interessanti, vi consiglio l’articolo del magazine di Expedia Discover sull’argomento.

 

Tutti questi quartieri brulicano di originalità, ed è dall’originalità che nasce la novità. In questi quartieri tutti si impegnano a mostrare qualcosa di proprio, quella cosa che non può essere trovata da nessun’altra parte di Londra, forse del mondo. E’ in questi quartieri che si ritrova chi cerca una città più a dimensione d’arte, in cui non sentirsi spersi e sballottolati, di cui fare propri i luoghi, in cui costruire storie, ritagliarsi attimi di presente. Perché in una grande città è facile perdersi, è facile perdere contatto con il momento, e senza contatto non può nascere niente di nuovo, perché vengono a mancare gli stimoli.

Ferma su una panchina che in realtà è il sellino di una vecchia moto, mentre la pioggia londinese picchietta l’acqua altrimenti sempre calma dei canali di Camden Town. Ferma, sento le voci confuse che passano leggere accanto a me, le lingue che si mischiano di parola in parola. Ferma, guardo passare la chiatta casetta che procede placida sul canale, immagino come si possa organizzare una vita là dentro. Ferma, lascio vagare i pensieri, avvolgendo chi ho accanto e chi è lontano, risvegliando idee per il futuro e sul mio presente. Ferma, creo il momento, mi muovo nell’esistenza di quel preciso istante verso il successivo. E sta a me fare il passo, andare verso qualcosa, che sarà inevitabilmente qualcosa di nuovo, perché nessuno l’ha mai fatto prima. Come quelle gocce non sono mai cadute prima, come quelle panchine non hanno mai ospitato prima quelle persone, come quegli oggetti non sono mai stati venduti prima, quei graffiti mai osservati prima dagli stessi occhi, quelle vite mai immaginate allo stesso modo.

Londra è una grande città, una metropoli, un’immensa capitale che si muove, consumando, commerciando, producendo. Ma Londra riesce ad offrire tanti piccoli spazi in cui fermarsi, ritrovarsi, rallentare. Che sia un pub, un parco, un museo o un mercatino. E fermarsi, riprendere contatto, permette di aprirsi a nuovi pensieri, nuove strade non ancora immaginate, nuovi suoni, nuove idee, nuove immagini, nuove storie da raccontare, nuove intuizioni. E tutti questi “nuovo” fermentano nell’aria, si respirano e si contagiano, che sia accanto a un boccale di birra preso per strada in compagnia, o tra le anticaglie di Portobello Road, o pranzando seduti su un prato a Kensington Garden accanto a Peter Pan, cercando di fermare il tempo e tornare alla spensieratezza di quando non vedevamo l’ora di crescere, o rispolverando vecchi vinili a Camden Town.

E guardando le lancette del Big Ben, mi ritorna alla mente Peter Pan, pronto a volare verso l’Isola che non c’è. Ma le sue avventure in realtà sono nate molto più vicino, nei giardini di Kensington, e l’Isola che non c’è potrebbe essere più facile da trovare di quanto pensiamo. A volte, basta il Tempo, la nostra polvere di fata.

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La fiaba delle Cinque Terre

Il vento si infrange sugli scogli. Agita le onde. Fragorose portano il racconto di cinque paesini.

La storia comincia da lontano. Porto Venere. Non era una delle Cinque Terre, era troppo grande, troppo cittadina per essere assimilata con quei villaggi di pescatori nascosti lungo la costa. Si stendeva in lunghezza e non in altezza, su una riva piatta, non a picco sul mare, le sue case non erano arrampicate sulla roccia giù a precipizio sul mare, le sue spiagge erano sabbiose, e il porto era un vero e proprio porto, grande, con un molo e tutto. C’era una chiesa che si affaccia sul mare aperto, a dare il benvenuto a chi arriva su una barca; le case cominciavano dove le onde del mare aperto non sarebbero potute arrivare. Erano protette queste casette, ma la salsedine lasciava i suoi segni imperterrita. Ma non era una qualsiasi città, Porto Venere. Si snodava su stradine a più livelli, piene di colori e di negozi, più simili a botteghe di artigiani, di chi vende i suoi prodotti, chi il suo pesto, chi la sua pasta, chi i suoi dolci, che riuniscono tutti i prodotti della terra – farina olio e vino -…

Una cittadina tranquilla, pittoresca, graziosa. Lontana dall’aria di incolta solitudine che il vento porta da quella linea di costa che si stende a ovest.

Ma c’era un punto nascosto, un piccolo spiraglio fra le rocce dove le onde andavano a infrangersi con più foga, cariche di tutta la potenza accumulata in mare aperto, dove l’impeto del mare si presentava indomito in tutta la sua irruenza. C’era una finestrella che si apriva sulla costa che andava a sparire lontano, una finestrella che era rimasta negli occhi di un bambino un segreto da custodire, un tesoro nascosto.

Scogliere simili a montagne che cadono ripide nel mare blu. Il bambino, affacciato a quella finestra, si mise in cammino, con uno zaino carico di fantasia, di desiderio di avventura, di allontanarsi da quel mondo troppo reale, troppo serio, troppo triste ormai. Il bambino si mise in cammino, attraversò chilometri e chilometri, sul bordo di quella scogliera ripida; attraversò tappeti di terra chiara assolati, con il Sole che pesava sulla pelle, salendo un passo dopo l’altro quei gradini naturali così alti da sembrargli quasi infiniti; attraversò boschi nuvolosi dove sopravvivevano case sugli alberi ormai pericolanti, passando accanto ai segni del fuoco che aveva pietrificato gli alberi, unico segno bianco in quel panorama verde scuro, e accanto a piccoli orti variopinti; attraversò ostacoli che avrebbero potuto fermarlo, con la paura e il coraggio di chi accetta le sfide, fermandosi su uno sperone di roccia a contemplare irriverente la forza del Sole, la vivacità del Mare, a parlare con la Roccia,a farsi raccontare della sua eternità di silenzio; attraversò colline che aveva salito solo per poi ridiscenderle, vincendo la tentazione di sdraiarsi per terra e non rialzarsi finchè la stanchezza non sarebbe passata; attraversò paesini abitati solo dalla calura estiva, accompagnato dalle cicale e dal silenzio del meriggio.

Il bambino arrivò così alla prima Terra: Riomaggiore.
Trovò una chiesa antica ad accoglierlo, con dei disegni, simboli di qualche storia che avrebbe voluto che gli fosse raccontata ma che forse nessuno conosceva più. Trovò casette colorate, porte erose dalla salsedine. Trovò un piccolo forte dall’entrata stretta stretta e una campana piccola piccola che chissà se si sarebbe sentita quando avrebbe suonato per avvertire di qualche pericolo. Trovò una via che saliva fino ai terrazzamenti e che scendeva fino al mare, percorrendo tutto il paesino, ma la lasciò ai suoi abitanti che la passeggiavano salutandosi, impegnati nei piccoli piaceri quotidiani di una giornata estiva, non la esplorò.

Si incamminò di nuovo tra le more e gli arbusti, colpito da quel nuovo paesaggio rurale e selvaggio allo stesso tempo. Appena dietro la collina, neanche il tempo di sentirsi lontano da Riomaggiore, comparvero tra il verde gli spruzzi di colore di  un altro paesino, un’altra Terra, un altro villaggio incastonato tra le pieghe della costa. Manarola gli si presentò subito come un posto speciale, quasi come una casa. Le sue viuzze si intrecciavano per portare a piccoli rifugi da fare propri, in cui ritrovarsi, in cui fermarsi a prendere un po’ di tempo per se stessi. Prima di scendere verso il mare, il bambino si fermò nel punto più alto, accanto alla chiesa che dominava tutto,  a contemplare la primitiva pace di quelle vite, scandite da ritmi naturali, legate al respiro della terra che le ospita. Si spostò su una terrazza, dove trovò ad attenderlo un volto familiare, un volto caro, le cui canzoni aveva cantato quando era ancora piccolo, quando non capiva la crudezza di quello che raccontavano ma era catturato dal ritmo di quel

“un uomo onesto, un uomo probo, tralalalla tralallalero, si innamorò perdutamente di una che non l’amava niente”

e che aveva poi riascoltato una volta cresciuto per imparare a pensare. Un volto che aveva i suoi natali in quella terra brulla e che gli abitanti del posto ritrovavano come un fratello. E accanto a quel volto si mise a scrivere, pensando alle onde e al mare, pensando alla sua prigionia e alla sua voglia di libertà. Spinto dalla fame, il bambino scese lungo la via più larga che attraversa serpeggiando tutto il paese, dalla cima fino alla discesa che finiva nell’acqua, dove gli altri bambini si tuffavano dallo scoglio più alto che spuntava in mezzo al mare, dove le barche prendevano il sole ritirate dal mare, accanto alle persone stese sui teli. Ritrovò uno di quei cibi che per lui erano leggenda, in un forno caldo e profumato, con quella torta di ceci (che qui si chiamava “cecina”, ma per lui che era cresciuto con “cinque e cinque pane e torta” sarebbe rimasta la torta di ceci) appena sfornata, buona quasi da superare la leggenda. Con il pranzo in mano, con quell’aria soddisfatta che solo i bambini hanno, continuò a camminare lungo il muro di scogliera, fino a che non sbucò in uno di quei rientri nascosti. Appoggiò i suoi ultimi residui i “civiltà” che ancora si portava addosso e, nudo e libero, si tuffò in quell’acqua blu trasparente. Riaprì gli occhi in un nuovo mondo, immerso tra i pesci luccicanti che gli nuotavano accanto, le onde che lo cullavano, nelle orecchie un suono ovattato e tante bollicine che scoppiettavano, che per lui erano la voce del Mare felice di non essere stato contaminato dal grigiume del “mondo moderno”. E sarebbe rimasto lì per ore, in quell’avventurosa pigrizia, tra un tuffo e un’immersione, spogliato di tutto e rivestito di acqua. Ma laggiù in lontananza, tutto quel sentiero ancora da esplorare lo incuriosiva. Allora trovò nuovi vestiti, più adatti all’esplorazione, e ripartì.

 

La terza Terra che incontrò sul suo percorso si vedeva già da Manarola: Corniglia. Il nome gli piaceva, era un’incrocio tra un corvo e una conchiglia, tra il mare e la terra. Perché Corniglia non aveva accesso diretto al mare, e forse per questo, o forse per il tempo che si stava annuvolando, gli sembrava più cupa, più seria. E allora cercò di fare caso alla Storia, di capire il passato di quella chiesa, a immaginarsi le popolazioni del passato e quelle del presente vivere di pesca e agricoltura, ad affrontare gli umori del Mare, a difendersi dai pirati, a passare l’inverno rintanati in casa, magari con un camino caldo e tante coperte e la polenta e la zuppa di pesce.. che poi sapeva che probabilmente le condizioni erano molto meno idilliache di quello che stava immaginando, ma a lui piaceva immaginare un passato accogliente. Il bambino rimase un po’ a guardarsi intorno, ad affacciarsi alle terrazze che segnavano la fine del paesino, a cercare i piccoli particolari che adornavano ogni abitazione, ogni finestra, ogni muro. Poi ricominciò il percorso.

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Tornò in mezzo alle more e agli ulivi. Un sentiero più “abitato” rispetto a quelli che aveva percorso fin lì. Il cielo nuvoloso faceva passare ogni tanto qualche raggio di Sole che andava a colpire il Mare e a colorarlo di tante sfumature diverse. Continuò a camminare, a salire e scendere, con fatica e molta calma, seguendo i suoi ritmi e assecondando ogni proprio capriccio, come ogni bambino farebbe in piena libertà. Incontrò qualche persona, e quasi tutti lo salutarono, ma non gli andava di trovare amici, stava bene con se stesso. Si fermò senza la fretta di raggiungere la meta, per arrampicarsi su un albero, per vedere quanta strada  avesse già fatto, per riposarsi, per contemplare il paesaggio, per sorridere, per osservare le onde che correvano verso gli scogli.

Arrivò quasi senza accorgersene a Vernazza. L’aveva avvistate dall’alto, un piccolo promontorio che si infila nel mare. Ormai sapeva che ci sarebbe stata una via più larga che avrebbe portato al Mare, quindi si incamminò seguendo la discesa. Quello che rendeva Vernazza diversa, le novità di questo volto erano un piccolo porto protetto dal molo basso, che era di gran lunga superato dalle onde alte e bianche di schiuma, una spiaggetta di sabbia scura con un giovane gabbiano che si ritraeva spaventato al contatto con l’acqua arrabbiata, una torretta che si raggiungeva solo con stradine strette strette in cui passava solo una persona alla volta, una chiesa di pietra grigia e scura, buia, con le bifore senza vetri che si aprivano direttamente sul mare agitato, che chissà che freddo l’inverno, magari alla messa di Natale, ma conservava tutto  il fascino dei tempi andati, e tanti piccolissimi spazi a segnare i confini del paesino che andava a immergersi piano piano.  Trovò uno spiazzo, proprio dietro la chiesa, un po’ nascosto e incastrato tra le viuzze del paesino, per mangiare la sua pizza, quella alta e salata a tratti, quella genovese, comprata in un alimentari del posto, sentendosi un po’ fuori luogo e un po’ grande. Oltre la piazzetta, il Mare forte forte che sbatteva contro gli scogli, ma non perché era arrabbiato. Giocava, il Mare. Voleva cambiare, smuoversi, svegliarsi, voleva modificare il paesaggio quotidiano, voleva ricordare al paesino che era ancora lui il protagonista, che ogni centimetro di costa, per quanto potesse essere ingentilito dall’uomo, gli apparteneva. E il bambino rimase là, allegro davanti a quello spettacolo selvaggio e giocoso, rimase  come i bambini dopo un pomeriggio di giochi d’estate, i bambini che fanno merenda e non pensa a nulla e sono contenti e fanno esattamente quello che gli va. E così, quando gli venne voglia di riprendere il cammino, si rimise in marcia.

Ormai era pomeriggio, ma era estate e faceva ancora caldo, il Sole era alto anche se coperto dalle nuvole. Mancava solo un paesino, Monterosso. Ne era incuriosito: il paese di Montale, il paese del male di vivere, del caldo che ti impedisce di uscire di casa, del sole che appiattisce tutto, delle cicale che friniscono riempiendo di aridità il silenzio. Così, mentre si avvicinava alle case, il bambino cercava con lo sguardo qualcosa che potesse aver spinto il poeta a sentirsi scarnificato in un posto così, ma quella natura verde e soleggiata, quelle stradine strette tra filari di vite, quel mare vivo e colorato gli trasmetteva talmente tanta energia e non riusciva a capire come l’abitudine di chi in quei luoghi erano nato potesse cambiare così tanto la sensazione che emanava quella Terra. Quando arrivò, si ritrovò spaesato, alla ricerca di segni di quel paesaggio che però non vedeva. Allora si distaccò, slegò l’idea di Monterosso da quella di Montale. Si fermò sulla spiaggia. Il Mare era alto, tanto alto, gonfio, le onde arrivavano sempre più lontane ogni volta che si riversavano sulla spiaggia, sempre più vivine a lui. Ma non se ne curò. Voleva vedere cosa si nascondeva tra la schiuma, voleva vedere il momento esatto in cui l’acqua si incurvava per poi cadere pesante sulla sabbia scura, voleva vedere quanto si alzassero quegli strati di Mare, con quanto rumore quelle curve si disintegrassero. Voleva sentire l’acqua fredda  scorrergli sulle gambe mentre correva tra i sassi, voleva ridere libero, come i bambini sanno fare. ma c’era sempre un richiamo che lo faceva voltare verso la città, verso le case, verso i passanti. Voleva vedere la casa di chi si era sentito così oppresso in quei luoghi che per lui sapevano di libertà.
Aveva l’aspetto di un naufrago mentre camminava tra le vie che gli sembravano lussuose rispetto alle stradine a cui era ormai abituato. Il fatto che fosse in piano aveva reso, col tempo, Monterosso diverso da quei semplici paesini di pescatori. L’impronta di un nome così importate però non era così marcata come si aspettava. Solo qualche scritta sparsa sulle superfici della città dimostrava la mutua appartenenza di quelle parole e questo luogo. Vagando nella sua ricerca, come succede spesso ai bambini, face una scoperta entusiasmante: ecco, lì davanti a lui, si stendeva tutta la costa, tutto il suo percorso,da Monterosso fino giù a Porto Venere, un puntino sul Mare, lontano e sfocato. Tutti i suoi passi, le sue avventure, i suoi incontri, le sue conquiste.. sono tutte lì, davanti a lui, in quel momento, in quel panorama, tra il mare che domina e quella esigua striscia di Terra che sembra  così piccola in confronto al Mare. Si sente libero, il bambino. Perché è stato lui e solo lui a portarlo fin lì, lui a vivere tutte quelle piccole avventure, quelle esperienze così diverse dalla sua quotidianità, quei momenti che l’hanno fatto sentire immerso in tutto ciò che aveva intorno, lo hanno fatto sentire forte come il Mare, allegro come il Sole, determinato come il Verde degli alberi, dolce come le More, vivace come l’Uva, invincibile come le Rocce. L’eroe dalle sue giornate.

Ed eccola là, Casa Montale. Triste, in effetti, grattata dal tempo e dalla nostalgia.

“… Non so come stremata tu resisti in questo lago/d’indifferenza che è il tuo cuore.”

Già. Ma l’acqua non smette mai di scorrere.

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Paros, indimenticabilmente nostra

Paros, Grecia. Settembre 2017. Da Atene, attraversando il mare buio, attracchiamo/ ci riversiamo, con le prime luci dell’alba, su questa zolla di terra in mezzo al mare. Un’isola piccola, solo una delle tante fra le Cicladi. Case bianche dagli infissi blu che riflettono il sole. Mare trasparente e lucido che rimanda splendenti bagliori. Tutto stupendo si, ma niente di particolare. Case bianche e blu come in tutta la Grecia. Mare pulito come in tante altre spiagge. Se fosse questa la bellezza di Paros, non mi avrebbe lasciato tutta questa nostalgia.

C’è una magia speciale. Che cattura. Che lega.

Paros è un antro. Un luogo a cui si sente da subito di appartenere.
Sarà per gli abitanti, che dalle prime ore della mattina non mancano mai di darti il “Kalimera”- il buongiorno- e un sorriso. Sarà per le vie intrecciate che ti portano davanti piccoli spettacoli di colore, come a farti un regalo. Sarà per i fiori che adornano i muri bianchi, quasi a fare da cornice, come se volessero rendere tutto più bello. Sarà per l’allegria e la spensieratezza che galleggia nell’aria, che ti inebria e ti spinge a lasciarti andare, ad abbattere i muri e parlare con chiunque incontri, a essere gentile, a sorridere, a ridere con degli sconosciuti, come una madre che vuole mettere amore tra i propri figli. Sarà per  quella calma placida che anima ogni gesto degli abitanti, che si muovono come le onde del mare quando arriva a riva, con lentezza, poco rumore e poca fatica, senza fretta, seguendo i propri ritmi.

Paros è un antro. Un luogo in cui ci si sente riparati.
Sarà perché è facile ritagliarsi uno spazio da fare “proprio”, anche condividendolo con altri, in cui tornare ogni giorno, a salutare il Sole che tramonta e la giornata trascorsa. Sarà perché è difficile essere ignorati, ma è un’indiscrezione gentile, di una grande famiglia che ti accoglie e si prende cura di te, come un ospite da far sentire a casa. Sarà per i tanti angoli decorati dai dipinti di chi cerca di tradurre come vede quei luoghi, in una espressione originale e unica come chi l’ha prodotta. Sarà per gli scorci rubati attraverso le tendine ricamate che mostrano comodini pieni di foto e immagini sacre. Sarà per quelle terrazze che guardano verso il mare, per quelle piazzette che si aprono al Sole. Sarà per la facilità con cui ogni angolo viene “abitato”, non occupato ma vissuto, reso parte del momento che si sta vivendo.

Paros è un antro. Un luogo in cui si è costantemente rapiti dalla meraviglia.
Sarà per quelle calette nascoste  nella linea della costa, con gli scogli a ricavare spazi più piccoli, più privati, come a dare a ognuno la possibilità di stare con se stesso, di ritrovarsi. Sarà per l’acqua che risplende e sfuma lontana verso un blu più profondo. Sarà per le passeggiate a notte fonda a cercare le stelle nel cielo, a scherzare con persone che non rivedrai mai più, di un’altra nazione, di un altro continente, ma che in quel momento consideri tuoi amici. Sarà per la voglia di nuotare e farsi scorrere tutto via come l’acqua, leggermente, senza sentire troppo il distacco. Sarà per quella facilità a comunicare che supera le barriere, per cui non serve una lingua a darti sicurezza, perché non ti senti in pericolo, non ti senti giudicato.

Paros è un antro. Un luogo che offre la possibilità di vivere avventure e momenti di ode alla pigrizia, la pigrizia quella bella, che ti fa riscoprire l’armonia nelle cose.
Sarà per il vento forte che soffia nelle spiagge più aperte e che riempie il mare di vele da windsurf, sarà per quel vento leggero che concilia pensieri sereni. Sarà per il profilo di Naxos, che si staglia così vicino da pensare di poterla raggiungere a nuoto. Sarà per i tanti negozietti variegati che fanno venir voglia di fare una passeggiata e perdersi tra piccole decorazioni inutili ma non per questo meno pittoresche. Sarà per quegli autobus vecchi che passano per stradine sperse tra campi brulli e bruciati dal sole, con quelle canzoni così tipicamente greche che sono le uniche che passano alla radio. Sarà perché ti puoi spostare a piedi tra le città, per veder comparire all’improvviso una gallina che ti spaventa e fa ridere i passati, o un asinello che ti guarda da lontano, o una macchia di bianco intenso che ti avvisa che stai per arrivare alla città. Sarà perché ti puoi ritrovare da un momento all’altro catapultato in un cerchio di signore che balla il sirtaki in piazza, e anche se non sai i passi non puoi dire di no, perché dovresti dire di no?!

Paros è un antro. Un antro è un luogo sicuro, pittoresco, bello, che regala scorci capaci di sorprenderti a ogni cambio di luce, anche dopo giorni; un luogo che cambia in base a come soffia il vento, un luogo che entra nel cuore, perché ha una sua unicità, un carattere così forte che colpisce e lascia un’impressione talmente profonda che è difficile poi colmare il vuoto che lascia; un luogo che non è fatto solo di mura bianche e finestre blu, ma di tutti i momenti, i visi, le voci, gli sguardi, le risate, le parole che sono scritte tra quelle vie, immagini che legano le persone all’istante che hanno vissuto; un luogo carico di ricordi emozionanti, un luogo in cui sentirsi liberi, felici, vivi.

Mentre mi allontano con il vento che mi colpisce forte, rimane l’immagine dell’isola che si allontana, come uno scrigno lasciato al sicuro a custodire un immenso tesoro.

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L’incanto di Venezia

Non sarò la prima a dire che Venezia è bella da togliere il fiato. È talmente diversa e unica e particolare che sembra sempre di non avere abbastanza sguardi per poterla assaporare tutta, che si vorrebbe avere una vita intera solo per rimanere incantati a guardarla, che si ha paura a distogliere lo sguardo perché da un momento all’altro la stessa scena potrebbe cambiare e offrire lo spettacolo più bello di sempre.

È talmente piena di piccole meraviglie nascoste,come quelle indicate nell’articolo del magazine di Expedia Discover, che si ha sempre l’impressione di aver tralasciato qualcosa, di essersi persi qualche bottega unica, come la Libreria dell’Acqua Alta, quel palazzo con la sua storia così intrigante, quel piccolo particolare incastonato nel marmo, quell’opera d’arte che è sopravvissuta ai secoli.

Perché è tutto un gioco di luci che riflettono sull’acqua e vanno a dare un colore nuovo ai mattoni delle case e delle strade e a Piazza San Marco.

Perché bisogna muoversi su piccoli ponti arcuati che non hanno niente di imponente, e scalette che finiscono nell’acqua quasi senza avvertirti. E chissà come ci si sentiva ad attraversare il Ponte dei sospiri, consapevoli di stare andando incontro alla propria fine, circondati da un mondo così bello. E chissà che eleganza le dame che passavano con i loro ampi vestiti sul Ponte di Rialto.
Perché i veneziani fanno parte di quell’atmosfera, si riconoscono subito, sono parte della città,  condividono i colori delle case, la cupezza dell’acqua, la discrezione delle viuzze nascoste.

Perché ad ogni movimento del Sole tutto prende un aspetto diverso, e non è un caso che Monet l’abbia amata e dipinta, perché i tramonti hanno un’intensità particolare mentre si insinuano tra le luci fioche del Rio degli Schiavoni o del Canal Grande.

Perché dal primo istante che si varca il confine, ci si accorge subito di essere entrati in un altro mondo, in cui si vive diversamente, influenzati dal passato che conserva e dall’acqua che porta via.

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Perché quegli scorci devono essere osservati, attentamente e lungamente, e dipingere è un’ottima scusa per poter essere catturati, e camminando è facile imbattersi in qualche momento di pittura en plein air.

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Perchè basta allontanarsi un po’ nel mare aperto e arrivare alla isole che si trova un’identità diversa: Murano con i vetri che abbondano per le vie, più solare, più multicolore, più luminosa ma di quella luce pacata, che accarezza le foglie autunnali e i profili di chi fa la spesa tra le vie. Burano che ricorda un villaggio di pescatori, già più ritroso, raccolto, ma aperto e domato nel tempo per l’uso dei suoi abitanti. Poi Torcello, che è rimasto a ricordo della laguna intoccata, selvaggia, acquitrinosa, in cui un Sole pesante domina, ostacolato da nulla se non l’antica basilica e quelle poche case, private, curate e incastonate perfettamente con l’atmosfera di pace e semplicità, di quotidiana meraviglia.

Perché l’intera città è un monumento, l’intera città è un’opera d’arte da contemplare in ogni minimo dettaglio, l’intera città è uno scrigno di gemme preziose, che colpisce con nuovi bagliori. Perché è una città di una Bellezza che leva il fiato, una città in cui si respira Bellezza, in cui ci si sente parte della Bellezza, perché è talmente totalizzante da comprendere tutto ciò che contiene, una Bellezza che si rimane incantati a guardare e riguardare, perché non si può non guardare, come la dama più bella del Ballo, la protagonista sul palcoscenico.

Che Bellezza, Venezia. 

La porti un bacione a Firenze

Firenze. Una passeggiata.

Tra le case di tanti secoli fa. Tra il marmo bianco e verde e le decorazioni sempre diverse di quella Cattedrale di Santa Maria del Fiore che si riconosce da lontano e la Basilica di Santa Croce in cui Foscolo avrebbe voluto essere sepolto.

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Tra la Cupola che svetta ovunque e la torre di Palazzo Vecchio che la supera sempre, e una città come Firenze fa pensare che forse non sia un caso.


Tra le statue della Loggia della Signoria e gli autoritratti nascosti.


Tra gli odori di piatti cucinati tra le mura domestiche che si insinuano tra le vie.

Tra la maestosità  biblica di quel miracolo umano del David,  che “gli occhi di marmo del colosso toscano, guardano troppo lontano”. Tra le gioiellerie di Ponte Vecchio, che sono belle anche chiuse perchè sembrano grandi forzieri del tesoro, ma sono i colori il vero tesoro.

Tra i tanti negozietti d’arte, perchè ci sono tante geometrie da dover  dipingere, che anche Ivan Graziani cantava di quella ragazza che “ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni”.


Tra le tante stanze di alberi del Giardino dei Boboli, così lussureggiante di foglie, ma tutti i toscani sanno che “l’erba voglio non cresce nemmeno nel Giardino dei Boboli”.


Tra le arcate che offrono, a chi cerca Bellezza da rubare anche in una sera qualsiasi, uno scorcio furtivo sulla sala interna di Palazzo Vecchio.


Tra i dipinti degli Uffizi , che la Venere e la Primavera di Botticelli riportano a uno stato di Grazia e Bellezza ormai passati, e che i dipinti meno famosi spostano nel tempo, o forse fuori dal tempo.


Tra quei momenti di Eterno quando un quartetto d’archi suona Vivaldi e Beethoven sotto la Galleria degli Uffizi, con la Torre dell’Orologio che pende ma non crolla.

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Tra le urla dei fiorentini che strappano sempre una risata.
Tra il caldo del mercato coperto, riscaldato dalle pentole sempre all’opera del Nerbone, che se si trovano anche i fiorentini a fare la fila è garanzia di bontà.
Tra la speranza che il Porcellino decida di concedere un po’ di fortuna.

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Tra la Chiesa dove si dice che Dante vide Beatrice, incorniciata da un fascio di luce che diresse il suo sguardo su questo angelo sceso in Terra a portare salvezza ai mortali.
Tra gli echi della Divina Commedia e della Vita Nova, che se la prima è Divina e tratta di eventi dell’umanità, scritti su palazzi e edifici pubblici, la seconda è la Vita di un uomo che crede il suo amore il sentimento più alto, testimoniato da case e vicoli in cui si è snodata un’esistenza.

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Tra i tanti segreti  e le tante storie di antiche famiglie e antiche rivalità testimoniate da indizi, nascosti però a chi non appartiene davvero alla città. Tra quella Storia fatta di tanti passati quotidiani, di vicende private che hanno segnato il volto della città. Tra quelle notti immobili di soffuse luci calde sui muri che hanno visto passare i secoli, anno dopo anno, presente dopo presente.


Tra le luci riflesse  del Lungarno e il percorso nascosto tra Palazzo Pitti e Palazzo Vecchio.

Tra le buchette del vino che testimoniano la tradizione un’antica cucina.
Tra le chiese firmate da Giotto e Brunelleschi, le cupole di prova e gli spunti più antichi.

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Tra le panchine in pietra di Palazzo Rucellai, costruiti perchè non stava bene che gli ospiti illustri dovessero aspettare in piedi di essere ricevuti.

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Tra i resti di un’origine romana, testimoni di un vanto di identità, come quel marmo di una tomba romana incastonato alla base dei Battistero di San Giovanni.
Tra le vie che  hanno nomi in una lingua così simile all’italiano ma che ha qualcosa di più morbido, più scivoloso, più medievale, più burlone, più peculiare, che non è un caso se la Crusca ha scritto qua il primo dizionario.

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Una passeggiata tra la Firenze che è Arte ad ogni sguardo, tra la Firenze di cui, per poco, siamo riusciti a far parte.

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Non ci sono stati molti momenti di silenzio, passeggiando per Firenze. E quando c’era silenzio era perchè nella mente fluivano immagini, storie, vite, pensieri, notti, giorni, sorrisi, sguardi, fluiva tutta Firenze, perché ogni suo momento è testimoniato da quelle pietre che la formano. Una città è solo un insieme di pietre alla fine, ma il modo in cui sono assemblate, l’identità che porta addosso, le persone che l’hanno attraversata… trasudano da ogni muro.

Passeggiando per Firenze.

i Castelli Romani

I Castelli Romani sono quella gita fuori porta che permette di allontanarsi un po’ dal frastuono della città.

I Castelli Romani sono quella punta pittoresca che si cerca quando si va in vacanza.

I Castelli Romani sono il verde dei boschetti e il blu del Lago di Nemi.

I Castelli Romani sono le case un po’ vecchie, color pastello sgretolato, quelle case sempre piene di fiori che riempiono le stradine.

I Castelli Romani sono Albano e la Villa con quei tronchi di pino enormi che chissà quanti anni hanno; Albano e la via centrale sempre trafficata, con tutti quei negozi quasi fosse Via del Corso; Albano e la Chiesa romana da cui ogni tanto si sente uscire la voce di qualche coro; Albano e i mercatini dell’usato e le stradine che salgono e le rovine e le fontane coi mascheroni.

 

 

 

 

 

I Castelli Romani sono Ariccia e la Sagra della Porchetta, quando ci si accalca per prendere al volo un panino, almeno uno spetta a tutti; Ariccia e quel ponte che si apre su tutta la pianura inondata dalla luce, con lo sguardo libero di correre fino al mare; Ariccia e le Fraschette, con il musicista un po’ sdentato che ti chiama “Sora Assunta”.

 

 

 

I Castelli Romani sono Genzano e quel tappeto lunghissimo di fiori che è l’Infiorata; Genzano e lo scorcio sul Lago di Nemi un po’ nascosto dalla Chiesa; Genzano e la casa ricoperta di gelsomini; Genzano dei forni, tanti, da cui esce sempre odore di pane fresco.

 

 

 

 

 

I Castelli Romani sono Frascati e il camioncino nella piazza, con i tavolini per pranzare con un panino e un bicchiere di birra; Frascati e il Belvedere con la cupola di San Pietro in lontananza; Frascati e lo stacco tra le case più nuove e le mura di pietra del centro storico; Frascati  e la Chiesa con i mattoncino colorati incastonati nel campanile romanico; Frascati e la chitarra elettrica che suona Santana davanti un’osteria, di quelle vecchio stile, con le botti; Frascati  e il ristorante rinnovato dallo Chef Cannavacciuolo , il cameriere che gioca a palla col bambino per strada.

I Castelli Romani sono Castel Gandolfo e l’attesa del Papa e il lancio del cappelli appena si affaccia sul cortile, e le strade , tutte in discesa perché in cima c’è solo il palazzo del Papa, le strade piene di gente e di fiori.

I Castelli Romani sono Nemi e le fragoline di bosco; Nemi e la passeggiata fino al lago, cogliendo le more; Nemi e il tramonto dietro al profilo del cratere, dal punto più alto del paese, accanto al fontanile ormai in disuso; Nemi e le luci calde dei lampioni; Nemi e le luci dei Castelli dall’altra parte del lago; Nemi e la fontana di acqua solfurea; Nemi e le tortine di pasta frolla, crema pasticcera e fragoline; Nemi e i ristoranti vista lago; Nemi e il museo delle navi romane, grandissime, riemerse dal lago in cui hanno navigato secoli e secoli fa; Nemi e quel negozietto che nasconde e svela a pochi una grotta che porta dentro la montagna, dentro al silenzio, dentro a un’umidità non toccata dal Sole.

 

I Castelli Romani sono un modo per ricordare come era prima il Lazio, per immaginare la serenità di luoghi semplici e belli, luoghi definiti, con un’identità.

I Castelli Romani sono la riscoperta di quelle tradizioni e di quelle peculiarità che, in una città grande come Roma o in città giovani come tante altre del territorio, si perdono nel marasma degli edifici e della quotidiana corsa.

I Castelli Romani sono un’oasi di Storia e di allegria che è bene non dimenticare.

P.S. e se trovate un furgoncino con il logo “Let’s go”, unitevi a loro! Vi porteranno  a fare un giro per i Castelli pieno di sorprese. Potrete dare un’occhiata al loro tour sul sito http://www.letsgoitalia.com/ .

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Monte Terminillo

Potrei raccontare pagine di aneddoti sulle giornate passate sul Terminillo con la neve e la mia famiglia. Ero una bambina  e come tanti bambini che c’erano oggi volevo solo divertirmi. Non ricordo di aver mai pensato che fosse un bel posto, un bel paesaggio. C’era la salita da cui partire per andare più veloci con lo silttino, il gruppetto di alberi in cui puoi fare la base per la battaglia di palle di neve, la discesa dove eravamo scivolati e il punto dove avevamo disegnato gli angeli nella neve. Ridevo da piccola, mi divertivo tanto, pensavo solo a quello. Per questo oggi non mi davano fastidio le urla allegre di quei bambini, per questo sorridevo a quei due fratellini che si rotolavano sulla neve. Ma io, io cercavo il silenzio. Ho camminato, affondando nella neve ad ogni passo –  la neve era fresca    quanto  mi mancava la consistenza della neve sotto i doposci   che da piccola non sapevo si chiamassero doposci perché non avevo mai sciato- ad ogni passo ad un’altezza diversa. Cercavo il silenzio per sentire il rumore della neve che si scioglie e cade dagli alberi – che schiocchi che siamo, ci siamo chiusi in un mondo dove la quotidianità è senza silenzio, ma il silenzio non esiste! Siamo noi che l’abbiamo inventato per chiamare l’assenza dei rumori delle macchine, tutte le macchine di cui ci siamo sommersi      che sciocchi -e va a colpire altra neve al suolo, la neve che aveva iniziato a sciogliersi, poi si era congelata ed era diventata ghiaccio incastonato tra le punte dei rami, ghiaccio che risplende dei raggi del sole, ghiaccio che cadendo lascia la neve meno liscia di dove non ci stanno gli alberi. Non credo di poter trovare delle parole. Non ci sono segni in cui io possa racchiudere una montagna. Lascio la mia mano sulla neve. Uno dei primi segni che lasciarono gli uomini sulla Terra. Non c’è molto altro da dire. Un’impronta, come a dire “io esisto, e sono esistito in questo momento, in questo luogo, accanto a tutto il resto”. Non basta la parola “freddo”. Non basta dire che il Sole riscaldava. Non si sente il vento se lo scrivo.

Oggi non ero una bambina. Ma ero semplice.  Piatta e uniforme come la distesa sotto i miei occhi, ma per questa volta non in senso negativo. Ero serena. Candida. Smussata, senza asperità. Accogliente, ben disposta. Mi sentivo anche bella, quasi. Ero contenta di me. Lo sguardo poteva indugiare e per quanto scrutasse non poteva trovare un punto nascosto. C’era la neve sulla cima, e il vento la faceva alzare e la portava via dolcemente, come una nuvola. Intatta. Mi dispiace solo non poter non rompere quella superficie liscia con i miei passi. Si vedevano ancora i fiocchi e le loro forme, se si osservava da vicino.

Da Greccio poi si sta in alto, incastonati sulla roccia.

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Qua San Francesco ha fatto il primo presepe, qua ha dormito in una stanza in cui un uomo di oggi non entrerebbe nemmeno accucciato, e ci ha dormito senza materasso e senza cuscino, perché per San Francesco nel cuscino c’era un diavolo. Però è facile capire la religiosità in questi luoghi. In questi suoni che noi chiameremmo silenzio, quei suoni che spesso non riusciamo ad ascoltare perché sono nascosti, sotterrati da mille altri suoni più piccoli ma più rumorosi. Con quella luce così chiara che però illumina tutto, che pervade tutto, anche l’anima. In quella semplicità che fa vedere ogni singola foglia, ogni rametto, ogni albero, ogni mattone, ogni asse, ogni respiro, ogni momento che poi in fondo è la vita. Niente desideri, niente speranze, niente aspettative. Non quello “Sturm und Drang” che agita l’animo, non quel tendere verso una vita colma di infinito. No. Semplicità. Pace. Luce. Almeno qui. Almeno ora. Grazie.

Viaggio nella Roma del Barocco

 

Roma: tutti la declamano come la città della bellezza. Certo, con i suoi grandi monumenti di marmo bianco, il Tevere che la attraversa dolcemente, le ville e gli spazi di verde che compaiono all’improvviso, le rovine accanto ai marciapiedi. Ma a Roma si può vedere di più, si può vedere oltre questa bellezza altisonante. Roma è anche una città nascosta.

A Roma si può vedere il passare delle epoche, se si fa attenzione ai diversi stili che si mescolano uno accanto all’altro, se ci si affaccia oltre le mura che danno sulla strada. Barocco, Neoclassico, Rinascimento. Ma il Barocco in particolare ha il gusto di stupire, e quale modo migliore per sorprendere se non una sorpresa? La Roma Barocca è ricca e quanto mai meravigliosa da scoprire, magari, perché no, anche organizzando un itinerario in vespa come quello proposto recentemente nell’articolo di Expedia.

Basta affacciarsi in una chiesa per trovare quadri e affreschi, e sicuramente, tra nomi che magari ai non esperti non dicono nulla, comparirà qualche immagine prima relegata solo ai libri di storia dell’arte, qualche firma più nota. Alcune chiese però, magari nascoste da luoghi più importanti e più famosi, magari quasi anonime per essere notate tra le tante meraviglie di Roma.. alcune chiese tengono in serbo dei regali speciali.

San Luigi dei Francesi.

Dietro Piazza Navona, accanto alla libreria francese, in un quartiere dove le probabilità di sentir parlare francese aumentano notevolmente. Entrando si nota subito un assembramento di gente in fondo alla navata di sinistra.
Cappella Contarelli.

Il cardinale commissionò la decorazione delle tre pareti della cappella di famiglia, con i momenti più importanti della vita di San Matteo, il suo santo protettore. L’incarico ricadde su un giovane senza grande esperienza in opere di questo genere, ma con un enorme talento. Il giovane però non è pratico della tecnica dell’affresco, canonica per i lavori parietali, e decide perciò di utilizzare tre gigantesche tele da posizionare poi sulle pareti. La tela infatti permette più cura nei dettagli, più ripensamenti rispetto all’affresco, che deve essere invece veloce e preciso. Ed infatti, del Martirio di San Matteo il giovane artista dovette ricoprire, “cancellare”, la prima versione, ridipingendoci poi sopra quella attuale e definitiva. L’errore era stato non aver considerato la prospettiva laterale da cui l’opera veniva (viene e verrà) osservata, ossia lateralmente e non frontalmente.

Nella seconda versione invece i personaggi tengono conto della relazione con il “pubblico”, e quasi come se fossero spinti fuori dalla tela, si vanno a mischiare ai fedeli. San Matteo è colto nel momento appena successivo al suo accoltellamento. Lo dimostrano la candela battesimale ancora accesa sull’altare. Chi sia l’artefice del delitto rimane dubbio: che sia il giovane in primo piano, anche se non è armato? Che sia il ragazzo che tiene il pugnale, nonostante la sua espressione tradisca lo sgomento dipinto sul volto di tutti gli altri fedeli? Che siano i due giovani sulla sinistra, che si mostrano invece per niente turbati dall’accaduto? Non si saprà mai. E come da consuetudine, non manca la firma- autoritratto, un volto illuminato sullo sfondo. Che questo giovane sia Caravaggio, credo l’aveste già capito.

Spostando lo sguardo sulla sinistra: l’Ispirazione di San Matteo. Anche di quest’opera Caravaggio dovette abbandonare la prima versione, non per errore stavolta, ma per censura. Il disegno raffigurava un angelo con sembianze quasi femminili, in un atteggiamento quasi provocante, che sembrava quasi mostrare a San Matteo come scrivere la parola di Dio; un San Matteo che sembra quasi un contadino, con il piede in primo piano…  la Chiesa non poteva accettarlo.

Così la seconda versione: San Matteo è ritratto come Socrate, barba bianca e doppio mantello rosso, che annota il “dettato” della discendenza di David con cui si apre il Vangelo. Il pennino è reso con una sola pennellata bianca, la luce dell’angelo realisticamente si unisce a quella della finestra in alto (che ora però è coperta da edifici più imponenti che la nascondono al Sole). Ma Caravaggio lascia sempre la sua firma: lo sgabello è in bilico tra quadro e realtà, riporta la fede al mondo contemporaneo.

E nel mondo contemporaneo l’artista riporta anche la prima scena della nuova vita di San Matteo: la Vocazione. Sotto un portico, San Matteo è intento nella sua attività lavorativa di esattore delle tasse. Ma ecco Gesù che, a differenza di tutti gli altri personaggi, non indossa i panni del ‘500 ma quelli della Palestina dell’anno 0. Con un gesto simile a quello dell’Adamo della Creazione di Michelangelo, Cristo chiama tra i suoi apostoli Matteo. Ma anche qui un dubbio: quali delle varie figure è Matteo? Quel signore barbuto che si indica sorpreso, o l’esattore avido che ancora conta le monete e non si è accorto della chiamata?

Caravaggio però non è solo mistero. Quindi fermatevi e ammirate: i colori, la resa dei tessuti, la densità della pennellata, la luce..(E sperate che qualcuno metta i 50 cent per l’illuminazione!).

DSC_5928Ci spostiamo, passando tra vicoli e strade più importanti, passando per Via di Ripetta e per Via della Scrofa, seguendo il lato ovest del tridente fino a Piazza del Popolo. Se fate attenzione potrete vedere ancora qualche negozio di fiori con il vecchio proprietario addormentato sulla sedia, o un autobus bloccato in curva tra due motorini, o il lavoro di qualche artista di strada (nel vero senso del termine) che ha decorato il muretto dei “lavori in corso” che dei piccoli messaggi che forse vale la pena di leggere.

 

Basilica di Santa Maria del Popolo.

Nella Cappella Cerasi, sul lato sinistro del transetto, un nuovo affollamento attirerà la vostra attenzione. Nuovamente due tele fra i tanti affreschi, tra cui quelli del Caracci, famiglia di spicco all’epoca di Caravaggio a cui erano commissionati i più importanti appalti di decorazione, presso i quali il pittore compì il suo apprendistato e con i quali si dovette spesso contendere il lavoro. La forma della cappella fa si però che le opere dei due antagonisti si trovino molto vicine tra loro, e costringe le tele del Caravaggio ad una visione di scorcio. Al centro l’Assunzione del Caracci, e sulla destra la Conversione di San Paolo. Di nuovo, una prima versione viene soppressa perché considerata troppo realista, con troppe figure sulla scena, concitate nel soccorrere un San Paolo seminudo, e addirittura un angelo a sorreggere Gesù che si protende verso il “Santo Saulo” che lo perseguita. Una seconda versione viene così realizzata.

Nel frattempo il Monsignor Tiberio Cesari, che aveva commissionato la cappella, muore e i suoi eredi non chiedono a Caravaggio di dipingere la seconda versione su tavole di legno di cipresso, che invece era il desiderio dell’originario committente. In questa tela la conversione è ambientata in una stalla, in un’ambientazione spoglia che vuole riflettere la sinteticità del racconto degli Atti degli Apostoli. È la luce a definire gli spazi, una luce che squarcia le tenebre della quotidianità pagana della vita di Saulo. Il corpo del futuro Santo non è ancora completamente a terra, è il momento appena successivo all’apparizione, e la spada, che nell’iconografia cristiana è brandita a difesa della cristianità, giace ancora al fianco del Saulo soldato. Il numero dei personaggi, in questa versione, è decisamente limitato, e il cavallo è l’unico con gli occhi aperti, l’unico che riesce a sostenere la vista di quella luce, unica presenza dell’intervento divino. C’è chi ipotizza che San Paolo stesso sia la firma-autoritratto di Caravaggio, perché rappresentato più giovane di come appare di solito dell’iconografia cristiana, e quella spada può benissimo essere la spada “compagna” di tante disavventure del pittore.

Sulla sinistra invece, la Crocifissione di San Pietro. I Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, sono così riuniti a proteggere il popolo di Roma. Anche di quest’opera esiste una prima versione, eseguita su tavola di legno di cipresso, che però oggi è andata perduta. La tela riunisce i due simboli per eccellenza della Chiesa cattolica: San Pietro e la croce. Una croce che viene issata al contrario, perché il Santo non si ritiene degno di morire come è morto Cristo. Una croce che viene issata con fatica dai due uomini, che più che carnefici sembrano operai; una fatica che accumuna il Santo con i suoi aguzzini, di cui non si vedono i volti, che possono essere chiunque, una persona chiunque a cui è stato solo affidato un compito da portare a termine.

Se non ci sono carnefici però non ci sono vittime, e allora dov’è l’eroismo del martirio? L’eroismo è nel libero arbitrio di San Pietro, uomo comune la cui sofferenza non è idealizzata ma mostrata in tutta la sua atrocità, e che va a scardinare la tesi luterana della predestinazione al male dell’uomo. Se il Santo, che soffre come qualsiasi uomo soffrirebbe, sceglie di vivere nella grazia anche accettando il martirio, allora anche lo spettatore può seguire questa scelta. Almeno questo è il messaggio che Caravaggio volle realizzare. Di nuovo è la luce a indicare la salvezza: San Pietro è in piena luce, i suoi aguzzini sono voltati dall’altra parte.

Caravaggio trascorse molti anni a Roma, e il suo talento non passò certo inosservato. Così sparse per le vie, per le chiese, per i palazzi i suoi capolavori. Oggi molti si trovano ancora nelle loro collocazioni originali, altre sono raccolte a Galleria Borghese o ai Musei Capitolini, altre opere sono sparse invece tra il Palazzo Barberini, la Galleria Doria Pamphili, nella Cappella Cavalletti in Sant’Agostino e nel Casino Boncompagni Ludovisi. Quindi ora uscite e perdetevi per le vie di Roma, chissà quali sorprese potrebbe riservarvi!

Il ritorno, Opi

 

È passato più di un mese da quando sono tornata. Sono tornata, ho finito il libro della signora Lucetta, ho stampato le foto delle passeggiate, della casetta, ho ricordato con nostalgia, mi sono accorta di come mi abbia fatto cambiare e crescere questa settimana, ho parlato con chi mi ha confermato che le città non sono a misura d’uomo, ho cambiato un po’ di abitudini, ho nuove consapevolezze, una maggiore sicurezza in me. Sono tornata dove c’è campo per il telefono. Sono tornata a correre per prendere l’autobus e andare di corsa, tirata tra impegni e persone e doveri, in ritmi che non mi appartengono. Sono tornata tra tanti, troppi rumori, rumori spiacevoli e innaturali. Sono tornata sotto un cielo senza stelle. Sono tornata in una casa che mi tiene staccata da tutto quello che c’è fuori; era bello anche sentire il freddo la notte. Sono tornata a non essere completamente padrona del mio tempo. Sono tornata ad avere palazzi fuori dalla finestra. Sono tornata a vedermi passare accanto migliaia di persone al giorno senza salutarne nessuna. Sono tornata a camminare su un asfalto sempre uguale, e sicuramente a camminare di meno. Sono tornata ad andare a letto tardi, perché non sono stanca e non c’è differenza tra il giorno e la notte. Sono tornata dove c’è più cemento che alberi. Sono tornata tra persone che non conoscono i boschi, che non hanno da insegnarmi sul luogo dove sto, perché una città non appartiene a nessuno. Sono tornata in una casa senza l’odore di quello che avevo cucinato la sera prima. Mi manca anche andare al lavatoio a lavare i piatti, la sera col freddo e la stanchezza. Sono tornata ad avere troppo, sicuramente più del necessario. Mi manca cercare il modo per arrangiarci, ingegnarci per sfruttare al meglio quello che avevamo e non sentire il bisogno di nulla di più. Mi manca sentirmi padrona di un mio luogo, che gestisco io, che mi renda un po’ più libera. Mi manca decidere e seguire il percorso della giornata. Mi manca potermi dedicare solo a ciò che ritengo mio, mi manca non dover incastrare quello che voglio tra quello che devo. Mi manca non sentire l’urgenza di sfruttare al massimo ogni istante. Mi manca una vita più vera, più mia.