Paros, indimenticabilmente nostra

Paros, Grecia. Settembre 2017. Da Atene, attraversando il mare buio, attracchiamo/ ci riversiamo, con le prime luci dell’alba, su questa zolla di terra in mezzo al mare. Un’isola piccola, solo una delle tante fra le Cicladi. Case bianche dagli infissi blu che riflettono il sole. Mare trasparente e lucido che rimanda splendenti bagliori. Tutto stupendo si, ma niente di particolare. Case bianche e blu come in tutta la Grecia. Mare pulito come in tante altre spiagge. Se fosse questa la bellezza di Paros, non mi avrebbe lasciato tutta questa nostalgia.

C’è una magia speciale. Che cattura. Che lega.

Paros è un antro. Un luogo a cui si sente da subito di appartenere.
Sarà per gli abitanti, che dalle prime ore della mattina non mancano mai di darti il “Kalimera”- il buongiorno- e un sorriso. Sarà per le vie intrecciate che ti portano davanti piccoli spettacoli di colore, come a farti un regalo. Sarà per i fiori che adornano i muri bianchi, quasi a fare da cornice, come se volessero rendere tutto più bello. Sarà per l’allegria e la spensieratezza che galleggia nell’aria, che ti inebria e ti spinge a lasciarti andare, ad abbattere i muri e parlare con chiunque incontri, a essere gentile, a sorridere, a ridere con degli sconosciuti, come una madre che vuole mettere amore tra i propri figli. Sarà per  quella calma placida che anima ogni gesto degli abitanti, che si muovono come le onde del mare quando arriva a riva, con lentezza, poco rumore e poca fatica, senza fretta, seguendo i propri ritmi.

Paros è un antro. Un luogo in cui ci si sente riparati.
Sarà perché è facile ritagliarsi uno spazio da fare “proprio”, anche condividendolo con altri, in cui tornare ogni giorno, a salutare il Sole che tramonta e la giornata trascorsa. Sarà perché è difficile essere ignorati, ma è un’indiscrezione gentile, di una grande famiglia che ti accoglie e si prende cura di te, come un ospite da far sentire a casa. Sarà per i tanti angoli decorati dai dipinti di chi cerca di tradurre come vede quei luoghi, in una espressione originale e unica come chi l’ha prodotta. Sarà per gli scorci rubati attraverso le tendine ricamate che mostrano comodini pieni di foto e immagini sacre. Sarà per quelle terrazze che guardano verso il mare, per quelle piazzette che si aprono al Sole. Sarà per la facilità con cui ogni angolo viene “abitato”, non occupato ma vissuto, reso parte del momento che si sta vivendo.

Paros è un antro. Un luogo in cui si è costantemente rapiti dalla meraviglia.
Sarà per quelle calette nascoste  nella linea della costa, con gli scogli a ricavare spazi più piccoli, più privati, come a dare a ognuno la possibilità di stare con se stesso, di ritrovarsi. Sarà per l’acqua che risplende e sfuma lontana verso un blu più profondo. Sarà per le passeggiate a notte fonda a cercare le stelle nel cielo, a scherzare con persone che non rivedrai mai più, di un’altra nazione, di un altro continente, ma che in quel momento consideri tuoi amici. Sarà per la voglia di nuotare e farsi scorrere tutto via come l’acqua, leggermente, senza sentire troppo il distacco. Sarà per quella facilità a comunicare che supera le barriere, per cui non serve una lingua a darti sicurezza, perché non ti senti in pericolo, non ti senti giudicato.

Paros è un antro. Un luogo che offre la possibilità di vivere avventure e momenti di ode alla pigrizia, la pigrizia quella bella, che ti fa riscoprire l’armonia nelle cose.
Sarà per il vento forte che soffia nelle spiagge più aperte e che riempie il mare di vele da windsurf, sarà per quel vento leggero che concilia pensieri sereni. Sarà per il profilo di Naxos, che si staglia così vicino da pensare di poterla raggiungere a nuoto. Sarà per i tanti negozietti variegati che fanno venir voglia di fare una passeggiata e perdersi tra piccole decorazioni inutili ma non per questo meno pittoresche. Sarà per quegli autobus vecchi che passano per stradine sperse tra campi brulli e bruciati dal sole, con quelle canzoni così tipicamente greche che sono le uniche che passano alla radio. Sarà perché ti puoi spostare a piedi tra le città, per veder comparire all’improvviso una gallina che ti spaventa e fa ridere i passati, o un asinello che ti guarda da lontano, o una macchia di bianco intenso che ti avvisa che stai per arrivare alla città. Sarà perché ti puoi ritrovare da un momento all’altro catapultato in un cerchio di signore che balla il sirtaki in piazza, e anche se non sai i passi non puoi dire di no, perché dovresti dire di no?!

Paros è un antro. Un antro è un luogo sicuro, pittoresco, bello, che regala scorci capaci di sorprenderti a ogni cambio di luce, anche dopo giorni; un luogo che cambia in base a come soffia il vento, un luogo che entra nel cuore, perché ha una sua unicità, un carattere così forte che colpisce e lascia un’impressione talmente profonda che è difficile poi colmare il vuoto che lascia; un luogo che non è fatto solo di mura bianche e finestre blu, ma di tutti i momenti, i visi, le voci, gli sguardi, le risate, le parole che sono scritte tra quelle vie, immagini che legano le persone all’istante che hanno vissuto; un luogo carico di ricordi emozionanti, un luogo in cui sentirsi liberi, felici, vivi.

Mentre mi allontano con il vento che mi colpisce forte, rimane l’immagine dell’isola che si allontana, come uno scrigno lasciato al sicuro a custodire un immenso tesoro.

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L’incanto di Venezia

Non sarò la prima a dire che Venezia è bella da togliere il fiato. È talmente diversa e unica e particolare che sembra sempre di non avere abbastanza sguardi per poterla assaporare tutta, che si vorrebbe avere una vita intera solo per rimanere incantati a guardarla, che si ha paura a distogliere lo sguardo perché da un momento all’altro la stessa scena potrebbe cambiare e offrire lo spettacolo più bello di sempre.

È talmente piena di piccole meraviglie nascoste,come quelle indicate nell’articolo del magazine di Expedia Discover, che si ha sempre l’impressione di aver tralasciato qualcosa, di essersi persi qualche bottega unica, come la Libreria dell’Acqua Alta, quel palazzo con la sua storia così intrigante, quel piccolo particolare incastonato nel marmo, quell’opera d’arte che è sopravvissuta ai secoli.

Perché è tutto un gioco di luci che riflettono sull’acqua e vanno a dare un colore nuovo ai mattoni delle case e delle strade e a Piazza San Marco.

Perché bisogna muoversi su piccoli ponti arcuati che non hanno niente di imponente, e scalette che finiscono nell’acqua quasi senza avvertirti. E chissà come ci si sentiva ad attraversare il Ponte dei sospiri, consapevoli di stare andando incontro alla propria fine, circondati da un mondo così bello. E chissà che eleganza le dame che passavano con i loro ampi vestiti sul Ponte di Rialto.
Perché i veneziani fanno parte di quell’atmosfera, si riconoscono subito, sono parte della città,  condividono i colori delle case, la cupezza dell’acqua, la discrezione delle viuzze nascoste.

Perché ad ogni movimento del Sole tutto prende un aspetto diverso, e non è un caso che Monet l’abbia amata e dipinta, perché i tramonti hanno un’intensità particolare mentre si insinuano tra le luci fioche del Rio degli Schiavoni o del Canal Grande.

Perché dal primo istante che si varca il confine, ci si accorge subito di essere entrati in un altro mondo, in cui si vive diversamente, influenzati dal passato che conserva e dall’acqua che porta via.

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Perché quegli scorci devono essere osservati, attentamente e lungamente, e dipingere è un’ottima scusa per poter essere catturati, e camminando è facile imbattersi in qualche momento di pittura en plein air.

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Perchè basta allontanarsi un po’ nel mare aperto e arrivare alla isole che si trova un’identità diversa: Murano con i vetri che abbondano per le vie, più solare, più multicolore, più luminosa ma di quella luce pacata, che accarezza le foglie autunnali e i profili di chi fa la spesa tra le vie. Burano che ricorda un villaggio di pescatori, già più ritroso, raccolto, ma aperto e domato nel tempo per l’uso dei suoi abitanti. Poi Torcello, che è rimasto a ricordo della laguna intoccata, selvaggia, acquitrinosa, in cui un Sole pesante domina, ostacolato da nulla se non l’antica basilica e quelle poche case, private, curate e incastonate perfettamente con l’atmosfera di pace e semplicità, di quotidiana meraviglia.

Perché l’intera città è un monumento, l’intera città è un’opera d’arte da contemplare in ogni minimo dettaglio, l’intera città è uno scrigno di gemme preziose, che colpisce con nuovi bagliori. Perché è una città di una Bellezza che leva il fiato, una città in cui si respira Bellezza, in cui ci si sente parte della Bellezza, perché è talmente totalizzante da comprendere tutto ciò che contiene, una Bellezza che si rimane incantati a guardare e riguardare, perché non si può non guardare, come la dama più bella del Ballo, la protagonista sul palcoscenico.

Che Bellezza, Venezia. 

La porti un bacione a Firenze

Firenze. Una passeggiata.

Tra le case di tanti secoli fa. Tra il marmo bianco e verde e le decorazioni sempre diverse di quella Cattedrale di Santa Maria del Fiore che si riconosce da lontano e la Basilica di Santa Croce in cui Foscolo avrebbe voluto essere sepolto.

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Tra la Cupola che svetta ovunque e la torre di Palazzo Vecchio che la supera sempre, e una città come Firenze fa pensare che forse non sia un caso.


Tra le statue della Loggia della Signoria e gli autoritratti nascosti.


Tra gli odori di piatti cucinati tra le mura domestiche che si insinuano tra le vie.

Tra la maestosità  biblica di quel miracolo umano del David,  che “gli occhi di marmo del colosso toscano, guardano troppo lontano”. Tra le gioiellerie di Ponte Vecchio, che sono belle anche chiuse perchè sembrano grandi forzieri del tesoro, ma sono i colori il vero tesoro.

Tra i tanti negozietti d’arte, perchè ci sono tante geometrie da dover  dipingere, che anche Ivan Graziani cantava di quella ragazza che “ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni”.


Tra le tante stanze di alberi del Giardino dei Boboli, così lussureggiante di foglie, ma tutti i toscani sanno che “l’erba voglio non cresce nemmeno nel Giardino dei Boboli”.


Tra le arcate che offrono, a chi cerca Bellezza da rubare anche in una sera qualsiasi, uno scorcio furtivo sulla sala interna di Palazzo Vecchio.


Tra i dipinti degli Uffizi , che la Venere e la Primavera di Botticelli riportano a uno stato di Grazia e Bellezza ormai passati, e che i dipinti meno famosi spostano nel tempo, o forse fuori dal tempo.


Tra quei momenti di Eterno quando un quartetto d’archi suona Vivaldi e Beethoven sotto la Galleria degli Uffizi, con la Torre dell’Orologio che pende ma non crolla.

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Tra le urla dei fiorentini che strappano sempre una risata.
Tra il caldo del mercato coperto, riscaldato dalle pentole sempre all’opera del Nerbone, che se si trovano anche i fiorentini a fare la fila è garanzia di bontà.
Tra la speranza che il Porcellino decida di concedere un po’ di fortuna.

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Tra la Chiesa dove si dice che Dante vide Beatrice, incorniciata da un fascio di luce che diresse il suo sguardo su questo angelo sceso in Terra a portare salvezza ai mortali.
Tra gli echi della Divina Commedia e della Vita Nova, che se la prima è Divina e tratta di eventi dell’umanità, scritti su palazzi e edifici pubblici, la seconda è la Vita di un uomo che crede il suo amore il sentimento più alto, testimoniato da case e vicoli in cui si è snodata un’esistenza.

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Tra i tanti segreti  e le tante storie di antiche famiglie e antiche rivalità testimoniate da indizi, nascosti però a chi non appartiene davvero alla città. Tra quella Storia fatta di tanti passati quotidiani, di vicende private che hanno segnato il volto della città. Tra quelle notti immobili di soffuse luci calde sui muri che hanno visto passare i secoli, anno dopo anno, presente dopo presente.


Tra le luci riflesse  del Lungarno e il percorso nascosto tra Palazzo Pitti e Palazzo Vecchio.

Tra le buchette del vino che testimoniano la tradizione un’antica cucina.
Tra le chiese firmate da Giotto e Brunelleschi, le cupole di prova e gli spunti più antichi.

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Tra le panchine in pietra di Palazzo Rucellai, costruiti perchè non stava bene che gli ospiti illustri dovessero aspettare in piedi di essere ricevuti.

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Tra i resti di un’origine romana, testimoni di un vanto di identità, come quel marmo di una tomba romana incastonato alla base dei Battistero di San Giovanni.
Tra le vie che  hanno nomi in una lingua così simile all’italiano ma che ha qualcosa di più morbido, più scivoloso, più medievale, più burlone, più peculiare, che non è un caso se la Crusca ha scritto qua il primo dizionario.

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Una passeggiata tra la Firenze che è Arte ad ogni sguardo, tra la Firenze di cui, per poco, siamo riusciti a far parte.

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Non ci sono stati molti momenti di silenzio, passeggiando per Firenze. E quando c’era silenzio era perchè nella mente fluivano immagini, storie, vite, pensieri, notti, giorni, sorrisi, sguardi, fluiva tutta Firenze, perché ogni suo momento è testimoniato da quelle pietre che la formano. Una città è solo un insieme di pietre alla fine, ma il modo in cui sono assemblate, l’identità che porta addosso, le persone che l’hanno attraversata… trasudano da ogni muro.

Passeggiando per Firenze.

i Castelli Romani

I Castelli Romani sono quella gita fuori porta che permette di allontanarsi un po’ dal frastuono della città.

I Castelli Romani sono quella punta pittoresca che si cerca quando si va in vacanza.

I Castelli Romani sono il verde dei boschetti e il blu del Lago di Nemi.

I Castelli Romani sono le case un po’ vecchie, color pastello sgretolato, quelle case sempre piene di fiori che riempiono le stradine.

I Castelli Romani sono Albano e la Villa con quei tronchi di pino enormi che chissà quanti anni hanno; Albano e la via centrale sempre trafficata, con tutti quei negozi quasi fosse Via del Corso; Albano e la Chiesa romana da cui ogni tanto si sente uscire la voce di qualche coro; Albano e i mercatini dell’usato e le stradine che salgono e le rovine e le fontane coi mascheroni.

 

 

 

 

 

I Castelli Romani sono Ariccia e la Sagra della Porchetta, quando ci si accalca per prendere al volo un panino, almeno uno spetta a tutti; Ariccia e quel ponte che si apre su tutta la pianura inondata dalla luce, con lo sguardo libero di correre fino al mare; Ariccia e le Fraschette, con il musicista un po’ sdentato che ti chiama “Sora Assunta”.

 

 

 

I Castelli Romani sono Genzano e quel tappeto lunghissimo di fiori che è l’Infiorata; Genzano e lo scorcio sul Lago di Nemi un po’ nascosto dalla Chiesa; Genzano e la casa ricoperta di gelsomini; Genzano dei forni, tanti, da cui esce sempre odore di pane fresco.

 

 

 

 

 

I Castelli Romani sono Frascati e il camioncino nella piazza, con i tavolini per pranzare con un panino e un bicchiere di birra; Frascati e il Belvedere con la cupola di San Pietro in lontananza; Frascati e lo stacco tra le case più nuove e le mura di pietra del centro storico; Frascati  e la Chiesa con i mattoncino colorati incastonati nel campanile romanico; Frascati e la chitarra elettrica che suona Santana davanti un’osteria, di quelle vecchio stile, con le botti; Frascati  e il ristorante rinnovato dallo Chef Cannavacciuolo , il cameriere che gioca a palla col bambino per strada.

I Castelli Romani sono Castel Gandolfo e l’attesa del Papa e il lancio del cappelli appena si affaccia sul cortile, e le strade , tutte in discesa perché in cima c’è solo il palazzo del Papa, le strade piene di gente e di fiori.

I Castelli Romani sono Nemi e le fragoline di bosco; Nemi e la passeggiata fino al lago, cogliendo le more; Nemi e il tramonto dietro al profilo del cratere, dal punto più alto del paese, accanto al fontanile ormai in disuso; Nemi e le luci calde dei lampioni; Nemi e le luci dei Castelli dall’altra parte del lago; Nemi e la fontana di acqua solfurea; Nemi e le tortine di pasta frolla, crema pasticcera e fragoline; Nemi e i ristoranti vista lago; Nemi e il museo delle navi romane, grandissime, riemerse dal lago in cui hanno navigato secoli e secoli fa; Nemi e quel negozietto che nasconde e svela a pochi una grotta che porta dentro la montagna, dentro al silenzio, dentro a un’umidità non toccata dal Sole.

 

I Castelli Romani sono un modo per ricordare come era prima il Lazio, per immaginare la serenità di luoghi semplici e belli, luoghi definiti, con un’identità.

I Castelli Romani sono la riscoperta di quelle tradizioni e di quelle peculiarità che, in una città grande come Roma o in città giovani come tante altre del territorio, si perdono nel marasma degli edifici e della quotidiana corsa.

I Castelli Romani sono un’oasi di Storia e di allegria che è bene non dimenticare.

P.S. e se trovate un furgoncino con il logo “Let’s go”, unitevi a loro! Vi porteranno  a fare un giro per i Castelli pieno di sorprese. Potrete dare un’occhiata al loro tour sul sito http://www.letsgoitalia.com/ .

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Monte Terminillo

Potrei raccontare pagine di aneddoti sulle giornate passate sul Terminillo con la neve e la mia famiglia. Ero una bambina  e come tanti bambini che c’erano oggi volevo solo divertirmi. Non ricordo di aver mai pensato che fosse un bel posto, un bel paesaggio. C’era la salita da cui partire per andare più veloci con lo silttino, il gruppetto di alberi in cui puoi fare la base per la battaglia di palle di neve, la discesa dove eravamo scivolati e il punto dove avevamo disegnato gli angeli nella neve. Ridevo da piccola, mi divertivo tanto, pensavo solo a quello. Per questo oggi non mi davano fastidio le urla allegre di quei bambini, per questo sorridevo a quei due fratellini che si rotolavano sulla neve. Ma io, io cercavo il silenzio. Ho camminato, affondando nella neve ad ogni passo –  la neve era fresca    quanto  mi mancava la consistenza della neve sotto i doposci   che da piccola non sapevo si chiamassero doposci perché non avevo mai sciato- ad ogni passo ad un’altezza diversa. Cercavo il silenzio per sentire il rumore della neve che si scioglie e cade dagli alberi – che schiocchi che siamo, ci siamo chiusi in un mondo dove la quotidianità è senza silenzio, ma il silenzio non esiste! Siamo noi che l’abbiamo inventato per chiamare l’assenza dei rumori delle macchine, tutte le macchine di cui ci siamo sommersi      che sciocchi -e va a colpire altra neve al suolo, la neve che aveva iniziato a sciogliersi, poi si era congelata ed era diventata ghiaccio incastonato tra le punte dei rami, ghiaccio che risplende dei raggi del sole, ghiaccio che cadendo lascia la neve meno liscia di dove non ci stanno gli alberi. Non credo di poter trovare delle parole. Non ci sono segni in cui io possa racchiudere una montagna. Lascio la mia mano sulla neve. Uno dei primi segni che lasciarono gli uomini sulla Terra. Non c’è molto altro da dire. Un’impronta, come a dire “io esisto, e sono esistito in questo momento, in questo luogo, accanto a tutto il resto”. Non basta la parola “freddo”. Non basta dire che il Sole riscaldava. Non si sente il vento se lo scrivo.

Oggi non ero una bambina. Ma ero semplice.  Piatta e uniforme come la distesa sotto i miei occhi, ma per questa volta non in senso negativo. Ero serena. Candida. Smussata, senza asperità. Accogliente, ben disposta. Mi sentivo anche bella, quasi. Ero contenta di me. Lo sguardo poteva indugiare e per quanto scrutasse non poteva trovare un punto nascosto. C’era la neve sulla cima, e il vento la faceva alzare e la portava via dolcemente, come una nuvola. Intatta. Mi dispiace solo non poter non rompere quella superficie liscia con i miei passi. Si vedevano ancora i fiocchi e le loro forme, se si osservava da vicino.

Da Greccio poi si sta in alto, incastonati sulla roccia.

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Qua San Francesco ha fatto il primo presepe, qua ha dormito in una stanza in cui un uomo di oggi non entrerebbe nemmeno accucciato, e ci ha dormito senza materasso e senza cuscino, perché per San Francesco nel cuscino c’era un diavolo. Però è facile capire la religiosità in questi luoghi. In questi suoni che noi chiameremmo silenzio, quei suoni che spesso non riusciamo ad ascoltare perché sono nascosti, sotterrati da mille altri suoni più piccoli ma più rumorosi. Con quella luce così chiara che però illumina tutto, che pervade tutto, anche l’anima. In quella semplicità che fa vedere ogni singola foglia, ogni rametto, ogni albero, ogni mattone, ogni asse, ogni respiro, ogni momento che poi in fondo è la vita. Niente desideri, niente speranze, niente aspettative. Non quello “Sturm und Drang” che agita l’animo, non quel tendere verso una vita colma di infinito. No. Semplicità. Pace. Luce. Almeno qui. Almeno ora. Grazie.

Viaggio nella Roma del Barocco

 

Roma: tutti la declamano come la città della bellezza. Certo, con i suoi grandi monumenti di marmo bianco, il Tevere che la attraversa dolcemente, le ville e gli spazi di verde che compaiono all’improvviso, le rovine accanto ai marciapiedi. Ma a Roma si può vedere di più, si può vedere oltre questa bellezza altisonante. Roma è anche una città nascosta.

A Roma si può vedere il passare delle epoche, se si fa attenzione ai diversi stili che si mescolano uno accanto all’altro, se ci si affaccia oltre le mura che danno sulla strada. Barocco, Neoclassico, Rinascimento. Ma il Barocco in particolare ha il gusto di stupire, e quale modo migliore per sorprendere se non una sorpresa? La Roma Barocca è ricca e quanto mai meravigliosa da scoprire, magari, perché no, anche organizzando un itinerario in vespa come quello proposto recentemente nell’articolo di Expedia.

Basta affacciarsi in una chiesa per trovare quadri e affreschi, e sicuramente, tra nomi che magari ai non esperti non dicono nulla, comparirà qualche immagine prima relegata solo ai libri di storia dell’arte, qualche firma più nota. Alcune chiese però, magari nascoste da luoghi più importanti e più famosi, magari quasi anonime per essere notate tra le tante meraviglie di Roma.. alcune chiese tengono in serbo dei regali speciali.

San Luigi dei Francesi.

Dietro Piazza Navona, accanto alla libreria francese, in un quartiere dove le probabilità di sentir parlare francese aumentano notevolmente. Entrando si nota subito un assembramento di gente in fondo alla navata di sinistra.
Cappella Contarelli.

Il cardinale commissionò la decorazione delle tre pareti della cappella di famiglia, con i momenti più importanti della vita di San Matteo, il suo santo protettore. L’incarico ricadde su un giovane senza grande esperienza in opere di questo genere, ma con un enorme talento. Il giovane però non è pratico della tecnica dell’affresco, canonica per i lavori parietali, e decide perciò di utilizzare tre gigantesche tele da posizionare poi sulle pareti. La tela infatti permette più cura nei dettagli, più ripensamenti rispetto all’affresco, che deve essere invece veloce e preciso. Ed infatti, del Martirio di San Matteo il giovane artista dovette ricoprire, “cancellare”, la prima versione, ridipingendoci poi sopra quella attuale e definitiva. L’errore era stato non aver considerato la prospettiva laterale da cui l’opera veniva (viene e verrà) osservata, ossia lateralmente e non frontalmente.

Nella seconda versione invece i personaggi tengono conto della relazione con il “pubblico”, e quasi come se fossero spinti fuori dalla tela, si vanno a mischiare ai fedeli. San Matteo è colto nel momento appena successivo al suo accoltellamento. Lo dimostrano la candela battesimale ancora accesa sull’altare. Chi sia l’artefice del delitto rimane dubbio: che sia il giovane in primo piano, anche se non è armato? Che sia il ragazzo che tiene il pugnale, nonostante la sua espressione tradisca lo sgomento dipinto sul volto di tutti gli altri fedeli? Che siano i due giovani sulla sinistra, che si mostrano invece per niente turbati dall’accaduto? Non si saprà mai. E come da consuetudine, non manca la firma- autoritratto, un volto illuminato sullo sfondo. Che questo giovane sia Caravaggio, credo l’aveste già capito.

Spostando lo sguardo sulla sinistra: l’Ispirazione di San Matteo. Anche di quest’opera Caravaggio dovette abbandonare la prima versione, non per errore stavolta, ma per censura. Il disegno raffigurava un angelo con sembianze quasi femminili, in un atteggiamento quasi provocante, che sembrava quasi mostrare a San Matteo come scrivere la parola di Dio; un San Matteo che sembra quasi un contadino, con il piede in primo piano…  la Chiesa non poteva accettarlo.

Così la seconda versione: San Matteo è ritratto come Socrate, barba bianca e doppio mantello rosso, che annota il “dettato” della discendenza di David con cui si apre il Vangelo. Il pennino è reso con una sola pennellata bianca, la luce dell’angelo realisticamente si unisce a quella della finestra in alto (che ora però è coperta da edifici più imponenti che la nascondono al Sole). Ma Caravaggio lascia sempre la sua firma: lo sgabello è in bilico tra quadro e realtà, riporta la fede al mondo contemporaneo.

E nel mondo contemporaneo l’artista riporta anche la prima scena della nuova vita di San Matteo: la Vocazione. Sotto un portico, San Matteo è intento nella sua attività lavorativa di esattore delle tasse. Ma ecco Gesù che, a differenza di tutti gli altri personaggi, non indossa i panni del ‘500 ma quelli della Palestina dell’anno 0. Con un gesto simile a quello dell’Adamo della Creazione di Michelangelo, Cristo chiama tra i suoi apostoli Matteo. Ma anche qui un dubbio: quali delle varie figure è Matteo? Quel signore barbuto che si indica sorpreso, o l’esattore avido che ancora conta le monete e non si è accorto della chiamata?

Caravaggio però non è solo mistero. Quindi fermatevi e ammirate: i colori, la resa dei tessuti, la densità della pennellata, la luce..(E sperate che qualcuno metta i 50 cent per l’illuminazione!).

DSC_5928Ci spostiamo, passando tra vicoli e strade più importanti, passando per Via di Ripetta e per Via della Scrofa, seguendo il lato ovest del tridente fino a Piazza del Popolo. Se fate attenzione potrete vedere ancora qualche negozio di fiori con il vecchio proprietario addormentato sulla sedia, o un autobus bloccato in curva tra due motorini, o il lavoro di qualche artista di strada (nel vero senso del termine) che ha decorato il muretto dei “lavori in corso” che dei piccoli messaggi che forse vale la pena di leggere.

 

Basilica di Santa Maria del Popolo.

Nella Cappella Cerasi, sul lato sinistro del transetto, un nuovo affollamento attirerà la vostra attenzione. Nuovamente due tele fra i tanti affreschi, tra cui quelli del Caracci, famiglia di spicco all’epoca di Caravaggio a cui erano commissionati i più importanti appalti di decorazione, presso i quali il pittore compì il suo apprendistato e con i quali si dovette spesso contendere il lavoro. La forma della cappella fa si però che le opere dei due antagonisti si trovino molto vicine tra loro, e costringe le tele del Caravaggio ad una visione di scorcio. Al centro l’Assunzione del Caracci, e sulla destra la Conversione di San Paolo. Di nuovo, una prima versione viene soppressa perché considerata troppo realista, con troppe figure sulla scena, concitate nel soccorrere un San Paolo seminudo, e addirittura un angelo a sorreggere Gesù che si protende verso il “Santo Saulo” che lo perseguita. Una seconda versione viene così realizzata.

Nel frattempo il Monsignor Tiberio Cesari, che aveva commissionato la cappella, muore e i suoi eredi non chiedono a Caravaggio di dipingere la seconda versione su tavole di legno di cipresso, che invece era il desiderio dell’originario committente. In questa tela la conversione è ambientata in una stalla, in un’ambientazione spoglia che vuole riflettere la sinteticità del racconto degli Atti degli Apostoli. È la luce a definire gli spazi, una luce che squarcia le tenebre della quotidianità pagana della vita di Saulo. Il corpo del futuro Santo non è ancora completamente a terra, è il momento appena successivo all’apparizione, e la spada, che nell’iconografia cristiana è brandita a difesa della cristianità, giace ancora al fianco del Saulo soldato. Il numero dei personaggi, in questa versione, è decisamente limitato, e il cavallo è l’unico con gli occhi aperti, l’unico che riesce a sostenere la vista di quella luce, unica presenza dell’intervento divino. C’è chi ipotizza che San Paolo stesso sia la firma-autoritratto di Caravaggio, perché rappresentato più giovane di come appare di solito dell’iconografia cristiana, e quella spada può benissimo essere la spada “compagna” di tante disavventure del pittore.

Sulla sinistra invece, la Crocifissione di San Pietro. I Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, sono così riuniti a proteggere il popolo di Roma. Anche di quest’opera esiste una prima versione, eseguita su tavola di legno di cipresso, che però oggi è andata perduta. La tela riunisce i due simboli per eccellenza della Chiesa cattolica: San Pietro e la croce. Una croce che viene issata al contrario, perché il Santo non si ritiene degno di morire come è morto Cristo. Una croce che viene issata con fatica dai due uomini, che più che carnefici sembrano operai; una fatica che accumuna il Santo con i suoi aguzzini, di cui non si vedono i volti, che possono essere chiunque, una persona chiunque a cui è stato solo affidato un compito da portare a termine.

Se non ci sono carnefici però non ci sono vittime, e allora dov’è l’eroismo del martirio? L’eroismo è nel libero arbitrio di San Pietro, uomo comune la cui sofferenza non è idealizzata ma mostrata in tutta la sua atrocità, e che va a scardinare la tesi luterana della predestinazione al male dell’uomo. Se il Santo, che soffre come qualsiasi uomo soffrirebbe, sceglie di vivere nella grazia anche accettando il martirio, allora anche lo spettatore può seguire questa scelta. Almeno questo è il messaggio che Caravaggio volle realizzare. Di nuovo è la luce a indicare la salvezza: San Pietro è in piena luce, i suoi aguzzini sono voltati dall’altra parte.

Caravaggio trascorse molti anni a Roma, e il suo talento non passò certo inosservato. Così sparse per le vie, per le chiese, per i palazzi i suoi capolavori. Oggi molti si trovano ancora nelle loro collocazioni originali, altre sono raccolte a Galleria Borghese o ai Musei Capitolini, altre opere sono sparse invece tra il Palazzo Barberini, la Galleria Doria Pamphili, nella Cappella Cavalletti in Sant’Agostino e nel Casino Boncompagni Ludovisi. Quindi ora uscite e perdetevi per le vie di Roma, chissà quali sorprese potrebbe riservarvi!

Il ritorno, Opi

 

È passato più di un mese da quando sono tornata. Sono tornata, ho finito il libro della signora Lucetta, ho stampato le foto delle passeggiate, della casetta, ho ricordato con nostalgia, mi sono accorta di come mi abbia fatto cambiare e crescere questa settimana, ho parlato con chi mi ha confermato che le città non sono a misura d’uomo, ho cambiato un po’ di abitudini, ho nuove consapevolezze, una maggiore sicurezza in me. Sono tornata dove c’è campo per il telefono. Sono tornata a correre per prendere l’autobus e andare di corsa, tirata tra impegni e persone e doveri, in ritmi che non mi appartengono. Sono tornata tra tanti, troppi rumori, rumori spiacevoli e innaturali. Sono tornata sotto un cielo senza stelle. Sono tornata in una casa che mi tiene staccata da tutto quello che c’è fuori; era bello anche sentire il freddo la notte. Sono tornata a non essere completamente padrona del mio tempo. Sono tornata ad avere palazzi fuori dalla finestra. Sono tornata a vedermi passare accanto migliaia di persone al giorno senza salutarne nessuna. Sono tornata a camminare su un asfalto sempre uguale, e sicuramente a camminare di meno. Sono tornata ad andare a letto tardi, perché non sono stanca e non c’è differenza tra il giorno e la notte. Sono tornata dove c’è più cemento che alberi. Sono tornata tra persone che non conoscono i boschi, che non hanno da insegnarmi sul luogo dove sto, perché una città non appartiene a nessuno. Sono tornata in una casa senza l’odore di quello che avevo cucinato la sera prima. Mi manca anche andare al lavatoio a lavare i piatti, la sera col freddo e la stanchezza. Sono tornata ad avere troppo, sicuramente più del necessario. Mi manca cercare il modo per arrangiarci, ingegnarci per sfruttare al meglio quello che avevamo e non sentire il bisogno di nulla di più. Mi manca sentirmi padrona di un mio luogo, che gestisco io, che mi renda un po’ più libera. Mi manca decidere e seguire il percorso della giornata. Mi manca potermi dedicare solo a ciò che ritengo mio, mi manca non dover incastrare quello che voglio tra quello che devo. Mi manca non sentire l’urgenza di sfruttare al massimo ogni istante. Mi manca una vita più vera, più mia.

Venerdì 26 Agosto, Opi

Escursione notturna

Questa mattina facciamo con calma. Verranno i miei genitori a trovarci, quindi li aspetteremo al campeggio. Sistemiamo un po’ la nostra casetta, è davvero carina con il cestino da pic-nic che si vede dalla finestre, e all’interno ci siamo organizzate bene, non ci sta per niente stretta, l’abbiamo fatta nostra. Nell’attesa mi metto a disegnare di fuori. C’è il sole e fa molto caldo. Arrivati i miei genitori gli mostriamo orgogliose lo spazio che ci siamo create. Abbiamo deciso di portarli a pranzo a Civitella, al Camping Wolf della nostra comune conoscenza. Menù biologico, tutti prodotti locali ci spiegano. Finito l’ottimo pranzo scendiamo al lago in 10 minuti. Sembra di stare al mare, se non fosse che in acqua accanto alla riva ci sono salici anziché pattini, e se non fosse per la ragazza che suona la fisarmonica. Ci facciamo accompagnare a Civitella, davanti al bar sede dall’associazione “La Betulla”: la nostra comune conoscenza ci aveva consigliato delle escursioni organizzate da loro, e siccome finora non siamo state fortunate con gli avvistamenti, abbiamo deciso di partecipare all’escursione serale a Pianezza, sul Monte Marsicano, la montagna che vediamo dal nostro campeggio. A 1400 m, dopo il tramonto e quando gli altri escursionisti si sono ritirati, dovrebbe essere facile avvistare cervi e camosci e volpi e, se si è davvero fortunati, orsi e lupi. Partiamo con la guida Umberto, dell’associazione di Pescasseroli Wild Life Adventures, che collabora con La Betulla.

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Nel percorso per arrivare al punto di partenza dell’escursione ci spiega che le possibilità di avvistamento dipendono da vari fattori: quanto disturbo è stato creato durante il giorno ( se gli escursionisti  sono rimasti sul sentiero o se sono andati ad “intaccare” le zone che gli animali considerano tranquille), quanto caldo ha fatto durante la giornata (più è caldo più gli animali salgono di quota e poi scendono più tardi), quanto riusciremo a essere silenziosi e quanto saremo fortunati.
Oggi è stata una giornata calda e con tanti escursionisti. Speriamo bene.

Arrivati al punto di partenza ci informa che l’itinerario prevede un dislivello di 300 m, che percorreremo in circa un’ora, con varie soste per le spiegazioni e per riposarci, poi cercherà un punto di osservazione dove rimarremo per circa due ore in attesa, possibilmente sottovento, possibilmente vicini tra di noi in modo da facilitare la comunicazione e ridurre l’area disturbata. Il gruppo è numeroso. Cominciamo la salita. Attraversiamo un bosco di querce, il che è strano a queste altitudini perché, spiega Umberto, le querce hanno bisogno di temperature più elevate, e di solito a questo punto ci sono foreste di faggi. Ma su questo versante, esposto a sud, quindi più caldo, le querce riescono a resistere. Ci spiega che esistono varietà di querce che si distinguono principalmente in base alla lunghezza delle foglie. Nella prima tappa ci racconta un aneddoto “storico”. Prima questi monti erano dedicati alla transumanza, al pascolo delle pecore, e sui versanti erano costruiti degli stazzi, delle basse costruzioni con muri fatti di pietre e tetti di rami e foglie, per far passare la notte a pecore e pastori. Oggi rimangono solo i muretti di pietre. Li avevamo notati anche andando a Forca d’Acero. Ci racconta di un certo Leucio Coccia, guardiaparco in pensione, che lui ha conosciuto quando era bambino, e che gli aveva regalato un libro scritto e edito da lui, in cui raccontava le sue avventure in montagna. Una di queste avventure riguarda il delitto di Pescogrosso, la località dove ci troviamo noi ora. Pesco in abruzzese vuol dire masso. Pescasseroli è il grosso masso accanto al fiume Sangro. Quando era guardiaparco, Leucio Coccia era stato chiamato perché un orso aveva ucciso un gregge di una trentina di pecore. Ora, questo era un comportamento strano per un orso, che di solito cattura una pecora e se ne va a mangiarla in un luogo tranquillo. Allora il guardiaparco si reca sul luogo del delitto, e trova effettivamente 30 e più pecore uccise, con i segni del passaggio di un orso. Per i pastori era normale che nel corso dell’anno delle pecore andassero a mancare all’appello, anzi a volte questi episodi erano una fortuna, perché gli orsi mangiano solo le interiora e quindi i pastori ne potevano approfittare per mangiare la carne rimasta, senza scatenare l’ira del padrone delle pecore. Ma un intero gregge sterminato era davvero strano. La conclusione a cui giunse il guardiaparco è singolare. Dai segni dedussero che nella zona era passata una mamma orso con il suo cucciolo, e che il cucciolo era passato sopra il tetto dello stazzo, cascando all’interno e schiacciando un po’ di pecore. La mamma per recuperarlo ha fatto altrettanto. In più avrebbe ammassato le pecore verso un angolo del muro, in modo da avere una “scala” per uscire. Le povere pecore sono morte schiacciate dal peso dei due orsi, o di paura.
La nostra guida dice che è per questo libro probabilmente che lui e tanti altri ragazzi sono diventati guide del parco.


La salita continua, il passo di Umberto è veloce, il percorso non tanto facile, tra sassi e scalini, sotto il sole ancora caldo. Saranno le cinque del pomeriggio e ancora si suda. Umberto ci mostra un albero, che potrebbe essere uno di quelli dove le aquile portano le loro prede per mangiarle. Gli “spennatoi” sono rocce o alberi con degli spazi abbastanza larghi da poter far entrare l’aquila e la preda. Ci sono 6 coppie di aquile sul territorio, una di queste ha il nido sul monte alla nostra destra, nella Camosciara. Dovrebbe essere il Monte Amaro. Faremo attenzione anche agli escrementi lungo il percorso, se si trovano delle penne probabilmente si tratta di  un lupo, che mangia per intero le sue prede. Con molta fatica arriviamo a Pianezza, troviamo un luogo adatto e cominciamo l’appostamento. Oltre la linea di alberi davanti a noi si apre la riserva integrale in cui i cervi pascolano durante il giorno. Sulla destra c’è una fonte, usata dal lupo e dall’orso, mentre ai cervi basta la rugiada che prendono dall’erba al mattino per dissetarsi. Il panorama ripaga della fatica. Si vede il lago di Barrea incastrato tra i monti. A sinistra la cima del Monte Marsicano, coperta da un po’ di nuvole grigie. Mi viene in mente una canzone di Ivan Graziani, sulla libertà.  La sentivo da piccola.
“Quella nuvola grigia sul picco, tu la vedi volare. È la pelle del lupo che nessuno mai catturerà. È la mia libertà.”

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A destra i raggi del sole ormai basso spuntano dalle cime del Monte Amaro, mentre il sole tramonta piano piano dietro di noi. Ora che siamo fermi e che la temperatura cala fa freddo. Rimaniamo in silenzio, con la guida che controlla per noi con il suo cannocchiale. C’è chi vede una volpe al limitare della linea di alberi, ma presto si nasconde alla nostra vista. C’è chi vede comparire un cervo, ma rimane solo un’apparizione. Ad un tratto il gruppo si agita. La nostra guida ha avvistato un camoscio con il cannocchiale. Sta su in alto, dove ci sono le nuvole, sta pascolando ed è solo. A turno ci affacciamo al cannocchiale per vederlo. I bambini sono agitatissimi. È strano. Sta là su, piccolo e incurante di noi strane creature che gli diamo tanta importanza.  Perché abbiamo perso così tanto del nostro contatto con la Natura? Facciamo in tempo a dare un’occhiata tutti, ma dopo poco il camoscio sparisce. Continua l’attesa. Il tempo sembra non scorrere. È lento il movimento del sole che ci porta via la luce piano piano. È lento il bosco nel cambiare suoni mentre si prepara alla notte. Il vento è fermo come noi, costante, leggero.
“E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando”

Il momento di ripartire ci coglie quasi impreparati. Così appoggiati sul versante mi sembrava che fossimo tante rocce anche noi.
Ci muniamo di torce. Io ho portato una che avevamo a casa, vecchia, con la luce gialla e debole e  che si porta a mano. Gli altri hanno luci che si mettono sulla testa, un po’ come i miniatori, di una luce fredda e forte, sicuramente più utile nella discesa. Andiamo veloci, nonostante il buio. Ogni tanto si inciampa. L’importante è lasciare la luce a illuminare solo il sentiero, cercando di disturbare il meno possibile chiunque possa esserci oltre il sentiero.  Dalla rocce torniamo nel bosco di querce. E così al punto di partenza. Non era spaventosa la montagna di notte. Alle 21 poi erano appena spuntate le stelle. E i nostri occhi si erano abituati  alla poca luce e riuscivano a distinguere le forme. Prima di andare facciamo qualche domanda alla guida e scopriamo che il camoscio non ha un suo verso, l’unico suono che emette è un fischio per mettere in guardi gli altri della sua specie dal pericolo. È l’animale più difficile da avvistare, dopo l’orso naturalmente.

Si potrebbe pensare che siamo stati fortunati a vederlo, oppure sfortunati per non aver visto comparire i cervi. Io abito in città. Non ho mai visto un cervo o un camoscio, forse nemmeno una volpe. In città non sento mai il silenzio, quando cala il sole si accendono i lampioni per strada e non vedo mai le stelle, o il buio. Io ritengo che sia stata un serata molto fortunata.

 

Giovedì 25 Agosto, Opi

Forca d’Acero

Ormai siamo più veloci ad organizzarci. Partiamo da Valfondillo. Anziché seguire il percorso che porta alle Grotte di Valfondillo e poi devia per Forca d’Acero, prendiamo direttamente le indicazioni per Vallefredda, ma non è stata una mia idea. È bello usare i nomi come gli abitanti del posto, sapendo a cosa ci si sta riferendo,  con un’immagine e dei ricordi in mente.

È il primo giorno di sole. Fa caldo, si sente che siamo più in alto, i raggi sono meno stanchi e ci raggiungono con più forza. C’è poca gente lungo il percorso. Il caldo rende tutto più faticoso, forse saremmo dovute partire prima. Il dislivello non è molto, saliremo di più dopo Vallefredda, per poi ridiscendere. Ora il sentiero è entrato nel bosco, la luce filtra appena tra le foglie larghe. La strada è larga, ma dobbiamo fare attenzione ai segnali. Ci accorgiamo di essere già arrivate alla valle. È lunga, non si vede la fine. Il sole adesso illumina tutti i fiori  e l’erba e gli insetti e i piccoli arbusti che crescono sul prato. Tutto intorno il bosco. Appena raggiunto il limite, tornate sotto l’ombra, ci fermiamo a riposare un po’. Incontriamo una famiglia. Qua si saluta sempre chiunque si incontra, è una delle poche regole della montagna. Procediamo ancora un poco in piano, ma alla fine i segnali cominciano ad arrivare sempre più in alto. Il sentiero non si riconosce più dal manto della foresta. Bisogna cercare le strisce bianche e rosse, ma ci sono anche segni più vecchi, in arancione, più grossolani, con altri numeri. Saliamo per un’oretta. La fatica ci fa osservare di meno quello che abbiamo intorno. Prima di finire il dislivello ci fermiamo un attimo, ho visto qualcosa muoversi tra gli alberi. Forse uno scoiattolo. È un sentiero poco battuto, sono abbastanza sicura che se rimaniamo in silenzio e ferme per un po’ il bosco non si accorgerà più di noi e potremmo fare qualche incontro.

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Non è silenzio. Non esiste il silenzio. C’è il mio respiro. C’è il rumore delle foglie. C’è il soffio del vento. C’è un movimento di chi mi sta accanto. C’è un uccello in lontananza. C’è un mondo lontano di suoni che il nostro orecchio non può cogliere, ma non per questo non fa rumore. Il silenzio, quello vero, non esiste. Ma a noi basta l’assenza di certi suoni per sentirlo, il suono del silenzio.

Arrivano delle persone. Riprendiamo il cammino. Ci chiedono informazioni. Saliamo ancora un po’, poi il sentiero comincia a scendere dolcemente. Il bosco è più largo, e marrone. La luce calda dell’estate tiene lontano il pensiero dell’autunno. Incontriamo qualche fungo per strada. Chissà se sono buoni.

Continuiamo a scendere raggiungendo i segnali. A un certo punto sembra che il sentiero passi sotto la strada per continuare dall’altra parte. Ormai dovremmo essere quasi arrivate, siamo in cammino da quasi 4 ore. Attraversiamo il sottopassaggio, ma non troviamo più segnali dall’altra parte, così torniamo indietro. Chiediamo indicazioni a una macchina che passa. Forca d’Acero è un chioschetto poco più a destra, seguendo la strada. Quando arriviamo ci accorgiamo di essere al confine tra Lazio e Abruzzo. Nel Lazio c’è uno stand di formaggi, con il proprietario che dorme al sole sulla sdraio, con la musica di Roma a tutto volume : “ma che ce frega, ma che c’emporta, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua!”.
In Abruzzo  un bar/panineria/ristorante pieno di motociclisti. Scendiamo a pranzare un po’ più giù nel bosco. Il nostro panino non ha nulla da invidiare a quelli del ristorante. Pane fresco, ricotta e pomodoro. Nel frattempo chiediamo indicazioni a dei signori che vengono dal sentiero che abbiamo deciso di fare al ritorno, per evitare di fare una discesa troppo ripida.  Un signore molto gentile si ferma e ci indica sulla cartina il percorso. P2 C1 F7 F4.

Torniamo su per prendere qualcosa al bar. Qui capiscono che veniamo da un’escursione e  che siamo stanche, ci trattano molto gentilmente. Ci “accampiamo” un po’ stremate e dispieghiamo nuovamente la cartina. Seguendo la strada asfaltata da Opi a Forca d’Acero sono 12 km. Sicuramente per sentieri non ne abbiamo fatti di meno. È appagante essere arrivate.

Dopo poco ripartiamo. Lungo il percorso sentiamo dei nitriti,e ,per la mia felicità,  li raggiungiamo. Un branco di cavalli fermo in una radura. Ci ignorano. Continuano a girare intorno a due alberi. Ci sono molti puledrini, e un cavallo enorme che deve essere il capobranco. È davvero imponente. Ci fermiamo un bel po’ ad osservarli.

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Ripartiamo forse un po’ troppo tardi. Ritorniamo sul sentiero, arriviamo in uno spiazzo da cui si vedono i monti intorno, però ci perdiamo. Torniamo indietro e recuperiamo il segnale. Ancora incotriamo pochissime persone. Arriviamo a Macchiarvana e prendiamo il sentiero C1 come ci aveva indicato il signore, dietro quella che dovrebbe essere un capanno di sci nell’inverno.  Dopo poco incontriamo il sentiero F7 che ci riporterà a Vallafredda. Cominciamo a essere stanche. Il sentiero è in discesa, tra le foglie e i sassi bianchi, ed è abbastanza largo e facile da individuare.

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Riconosciamo Vallefredda appena si apre il bosco. È una bella sensazione essere riuscite a orientarci tra i boschi e i sentieri, ci si sente un po’ come se si fosse tornati a casa. Ormai il nostro passo è veloce, torniamo a Valfondillo spedite. Non è ancora il tramonto, ma il Sole è molto basso, crea dei raggi di luce che si insinuano tra i monti. Torniamo alla nostra casetta affamate e stanche e soddisfatte. Cuciniamo la pasta, con zucchine e sugo e tonno. È ancora più bella la cena con la soddisfacente stanchezza di essere riuscite. Riuscite a cavarcela da sole. A fare un percorso che pochi fanno. E poco importa la meta. Riuscite ad organizzarsi. A non perdersi, e se ci si perde, a ritrovarsi. Ad aver compiuto qualcosa, qualcosa di completo. Ad aver preparato una buona cena. Ad aver sfruttato la giornata a pieno senza ottenere qualcosa di concreto. Ad averla resa unica e propria. Ad essere state noi, tra tutti, ad essere rimaste vere.  Ad aver scherzato e riso. Ad aver messo un passo dietro l’altro fino a formare chilometri. Ad aver reso quei boschi un po’ più nostri. Ad aver resistito. Ad aver ascoltato. A non esserci accontentate. Ad aver dato il meglio di noi in tutto. A non aver scelto la via più facile ma la più piena.

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La giornata finisce sotto le stelle, che brillano tutta la notte, luminose.

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