da Nonna

 

Un viaggio. Cos’è? Come si definisce?
È una novità che interrompe la monotonia?
È allontanarsi dal quotidiano?
È conoscere? Imparare?
È andare? Dove? È per forza andare?

Mentana è una piccola città sopra Roma. Ci è passato Garibaldi. Ci vivono i miei zii e mia nonna. E i miei cugini. Nonna ha un orto, con gli ulivi e le zucchine e una vite e i pomodori e gli alberi da frutto sparsi per il terreno in discesa. Prima tra un fico e un altro albero c’era un’amaca l’estate. Era un po’ sporca. E prima si organizzavano delle cene giù all’orto. Col gelato. Prima eravamo tre cugini, io la più grande e l’unica femmina. Giocavamo sull’amaca a fare i pirati, non volevamo stare a tavola. Ora siamo cinque cugini, io troppo grande per giocare con loro, troppo piccola per voler stare a tavola. Ma poi l’amaca non c’è più,  nemmeno le cene giù all’orto.

In tutti questi anni che sono stata a Mentana non avevo mai visto il borgo. Mi ci ha portato zia, nella passeggiata con il cane. Mi ha portato alla casa dove è nato nonno, alla casa dove abitava una sua zia, alla piazza dove ha cantato mamma, alle scale dove giocavano da piccoli, alla chiesa dove si è sposato zio. È un bel borgo. Tante piccole viuzze, tanti fiori, tanti scorci, tante porte, tante lanterne. Abbiamo girato tanti borghi con i miei genitori, ma non mi hanno mai portato a quello di Mentana. Per loro non c’era niente da scoprire, nessun viaggio da fare.

Io ho viaggiato. Tra i ritmi di quotidianità diverse dalla mia, tra le abitudini che per me sono novità. Tra le scoperte fatte seduta su una sedia a parlare, tra i ricordi di una nonna che ha una memoria minuziosa del passato, suo e della sua famiglia, tra le persone che ho sempre visto ma mai conosciuto, tra i lavori di cui ho imparato gli orari, tra la cura di case che non sono la mia, tra strade di città che ora so dove portano, se alla posta o in farmacia o al gelataio, tra i giochi nelle camerette, tra il compleanno e i preparativi per la casa al lago, tra un “Masha e Orso” e un pianto.

Ho viaggiato nella mia famiglia, per la prima volta da sola, a costruire rapporti, a fare esperienza del volersi bene, del volersi avvicinare.

Credevo si viaggiasse per scappare dalle abitudini, per riaccendere la sensibilità, atrofizzata dall’apatia del quotidiano. Ma ho imparato che forse le abitudini non sono solo sconfitte, non sono solo il non aver saputo mantenere viva l’attenzione, il non aver saputo resistere al livellamento delle emozioni a cui ci porta una vita a volte troppo difficile.
Grazie a tutti. Grazie per avermi fatto entrare nelle vostre abitudini. È stato un bel viaggio.

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